A Dublino
A Dublino c’ero stata tanti anni fa, ai primordi del boom anni ‘90.
Era la città più giovane della Comunità Europea.
Ancora ampiamente georgiana, ancora con i negozi belli ed affascinanti, Temple era una serie di negozi di dischi e club alternativi.
Era il tempo in cui sulle strade irlandesi si trovavano le pecore (*)
Tornare dopo un periodo lunghissimo in una città d cui hai una memoria sognante è un rischio. Non sai cosa troverai, non sai cosa sarà cambiato e non sai cosa sia rimasto.
La prima impressione è stata di un posto sostanzialmente rimasto immutato. Ancora con le case basse, le insegne con la Guinness e le porte colorate.
I segni del cambiamento ci sono: pensiamo solo alla wifi sul autobus dall’aereoporto. In generale la città sembra essere sfuggita al massacro, con pochi angoli conciati da schifo.
A parte quella specie di ago in O’Connor Street, a parte alcuni negozi nuovi delle sempiterne catene (**) molte cose sembrano essere rimaste immutate.
E se questo mi rassicura, cosa spaventa è il numero di mendicanti in giro, praticamente uno davanti ad ogni negozio.
Cosa mi spaventa sono le maree di saldi. Saldi, sconti, ribassi, offerte ovunque a simboleggiare che questa crisi c’è ancora, che sarà risolta finanziariamente ma non di sicuro a livello di consumi o di posti di lavoro.
La città che conibbi, rimasta cristallizzata per anni nella memoria, è riuscita a sopravvivere.
Possa uscire in fretta da questo disastro e possano i suoi mendicanti trovare di meglio.
E adesso vado a dormire che 8 ore di giri a piedi stancano
(*) Può essere succeda ancora adesso.
(**) Ecchedueppalle i soliti negozi da high street inglese


