Tralasciamo il fatto che in una trasmissione sulle donne, sulla spiritualità femminile e sul corpo delle donne, lei le donne le lasci parlare ben poco.
Tralasciamo il fatto che il raffinato intellettuale, fama che ella ha, riduce la dimensione del misticismo a una questione che sta tra Leary e l’orgasmo represso dimenticando del tutto grandi studiosi come Buber e la definizione che da della questione quale “l’esperienza di assoluta libertà” e che Martin Buber lega il linguaggio erotico al fatto che l’unico linguaggio in cui l’esperienza sarebbe traducibile è quello dell’eros.
Tralasciamo che, dopo aver continuato a paragonare il misticismo all’eros, vada a fare una domanda diretta sull’esperienza ad uno. Le consiglio di leggere Thomas Merton che considera l’esperienza spirituale come la più intima di tutte.
Più ancora del fare all’amore.
E, mi scusi, ma tutto quello che vedo è un tentare di passare la SUA lettura a scapito di qualsiasi altra voce. Anche perchè non lascia parlare la gente, non da spazio.
Lo spazio viene dato a chiunque appoggi la sua visione e la sua lettura.
E lasciamo stare il fatto che se c’è ero nelle streghe, nella persecuzione arriva nella maggior parte dei casi sotto tortura.
Impressionante, soprattutto adesso che sta facendo parlare per l’ennesima volta un uomo. Dopo aver tolto la parola ad una donna.
Figo. Era meglio se faceva una bella inchiesta su Giovanna d’Arco.
Avrebbe evitato di andare ad affrontare temi così complessi e delicati, per tutte le implicazioni, puntando su un solo punto: il sesso, con una bella dose di morbosità.
Dimenticando che alla base della condanna della strega c’è sempre la denuncia. Denuncia a cui è stato solo accennato. Esattamente come poco o nulla è stato toccato del contesto e dei cambiamenti che portano alla persecuzione.
Si è anche dimenticato di dire che la caccia alle streghe è un fatto trasversale alle religioni: a Salem c’erano i puritani, in Kenya ed in India si continua a morire con l’accusa di essere streghe
Ah, dimenticavo: nella maggior parte degli atti originali dei processi, il piacere non è citato.
Bruttissima puntata, peccato abbia tolto voce alle donne.
Non diversamente dall’inquisizione di cui parla molto.
Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e …
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che non possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.
Quella roba lì. l’alieno, salta fuori una mattina d’estate. Una bella mattina che potrebbe iniziare con i migliori auspici.
Invece passi la mano e senti l’alieno. Sembra una roba che si chiama normalmente nodulo e fa male se lo tocchi.
L’alieno sai che lo devi far controllare, non puoi lasciarlo lì. Perchè non controllarlo vuol dire affrontare l’ignoto, vuol dire arrivare anche ad affrontare qualcosa a cui preferisci non pensare.
Passi la giornata pensando ad altro, sforzandoti del tutto di tenerlo fuori dalla tua mente. Sei nervosa, distratta.
C’è qualcosa che si muove nel background. Non è facile non farsi film, tutti belli pieni di immagini poco gradevoli. Quei film che fan parere ER la versione allegra dei Monthy Phyton.
Dell’alieno prima o poi ti toccherà parlare, spiegare. Non fosse altro per chiedere quei maledetti giorni che servono per fare analisi e controlli.
Di parlare dell’alieno non è che c’hai tutta sta voglia, non foss’altro che parlare di robe simili richiederebbe un minimo di calore umano in chi ascolta.
E quando sei in queste situazioni
Al dopo. all’eventuale dopo non ci vuoi pensare. Perchè potrebbero dirti che è un nulla o potrebbe essere altro.
Per adesso è l’alieno.
Sperando possa diventare presto “Quella roba lì che ti fece prendere un bello spavento”
C’è una notizia che non ha avuto l’onore della prima pagina, una notizia di cui si parla nelle pagine secondarie dei giornali o beccandola per caso.
Sto parlando dell’aggressione di Napoli dove una ragazza rischia di perdere un occhio perchè ha difeso il suo amico dai nazisking. Amico a sua volta tormentato in quanto gay.
Allo stesso modo si è parlato pochissimo dell’assassinio di un’altra donna, a Milano, accoltellata a morte con il figlio di 18 mesi in braccio.
Violenze accumunate anche dalla nazionalità degli aggressori: italiani, italianissimi.
Qualcosa che fa la differenza, a quanto pare, perchè avessimo avuto aggressori rumeni o magrebini la prima pagina non sarebbe mancata.
La misura dell’imbarbarimento passa attraverso la non reazione di una piazza intera, come a Napoli, e la non reazione dei media a meno si tratti di stranieri.
Da una parte vince la paura del singolo rispetto alla solidarietà, dall’altra il muro di silenzio, in questi casi ancora più pauroso.
La misura dell’imbarbarimento, della paura, dell’indifferenza passa non solo attraverso il singolo ma anche attraverso i mezzi d’informazione troppo occupati a star dietro ad escort e notizie sensazionalistiche per occuparsi di quella che è la realtà.
Realtà in cui l’aggressore nella maggior parte dei casi ha un cognome e dei tratti localissimi, realtà che non verranno rese note o annegate nelle notizie più gossip/scandalistiche.
L’aggressione di Napoli come l’assassinio di Milano sono già destinati al dimenticatoio.
Le ferite che lasciano sulle persone no, le ferite lasciate dalla mancanza di solidarietà, dal fatto che non sia stato fatto neppure il minimo per evitare che una ragazza rischiasse un occhio ed un bambino si vedesse ammazzare la madre rimarranno a lungo.
La meditazione collettiva dovrebbe a questo punto essere su “Cosa stiamo diventando?”
Disgraziatamente non ci sarà.
E’ quanto mi è venuto in mente leggendo questo articolo del Corriere
L’alternativa è questo pezzo dell’Ifigonia che descrive approfonditamente la visione che ho di tutta la fazenda.
Qui qualcuna ha appena gettato 4 euro di fragole di Peveragno perchè, prese ieri, oggi erano già marce. Tutto ciò mi garantisce che di conservanti non avessero neppure l’ombra ma mi pone anche un paio di domande sulla sostenibilità economica di 6 fragole, questo è il numero che son riuscita a mangiare. Buone, per la carità, ma costate più o meno come il caviale del Volga (*)
Ma non è del mio giramento attuale di gonadi che vorrei parlare quanto di un’iniziativa petriniana di cui ho letto oggi.
Premessa: ho molta stima per il lavoro fatto da Petrini fin a 10 anni fa circa. Molta di meno per l’impasto di snobismo, fighettismo e retroguardia che ne è uscito.
Dal discorso di recupero di tradizioni si è passati alla retroguardia nostalgica, all’esaltazione di un senso del passato in modo romantico, epico ma che nulla o ben poco ha che fare con quel legame che esisteva tra le genti di una terra e la terra medesima.
Leggere questo pezzo dove si dice: “Ormai sono rimaste non più di 300 famiglie a portare le bestie al pascolo: uno sforzo che merita riconoscimento”, visto con l’occhio di chi quel territorio lo conosce, ti porta a domandarti se si sappia, se ci sia conoscenza di cosa c’era dietro quel genere di vita, cosa comportasse e cosa pensassero gli abitanti del mondo dei vinti.
E’ romantico parlare di tradizione/sforzo e antani vari. E’ realistico ricordare che nel mondo dove la transumanza veniva fatta a piedi su 10 bambini ne sopravvivevano 2, si viveva di castagne e polenta e si lavorava da Angelus ad Angelus (*)
Poco di epico, romantico e poetico. Molto che parla di fame, miseria e vite di stenti.
Anche oggi nulla che abbia un reale legame con la vita quotidiana e reale del territorio, molto che ha a che fare con l’esaltazione romantica di un passato visto come “puro”.
Un passato che non può tornare perchè, esattamente come nell’analisi fatta da Uriel in questo post, è saltato il concetto di noi. Un concetto di NOI che si aggregava attorno alla parrocchia, alla Coldiretti. Un concetto di noi che inizia a sfaldarsi con l’arrivo della fabbrica e che viene perso sempre di più quando arrivano diversi modelli culturali ed il rapporto tra l’uomo e l’ambiente salta del tutto.
Nel momento in cui la terra, la montagna, il bosco, la cumba(***) perdono la funzione di nutrimento, di ecosistema da mantenere perchè indispensabile alla sopravvivenza, la montagna viene lasciata morire.
Lo vedo dalle mie parti dove tra agricoltura intensiva e lavoro in fabbrica, non vi è più alcun rapporto tra la comunità e l’ambiente circostante. Tutto quel sistema di sentieri, teleferiche viene lasciato morire perchè non più visto come “qualcosa che è anche mio” ma come “qualcosa di superfluo, non presente nella mia cultura”.
I castagni centenari tagliati e lasciati per terra, addirittura sbattuti nelle cumbe, di modo che, in caso di pioggia intensa, aumenta anche il rischio di alluvione. Il tutto nell’indifferenza della forestale (detto onestamente, chi li ha mai visti?) e senza un’utilità pratica di qualsiasi genere visto che il riscaldamento è solo più in parte a legna.
A corollario a questa meraviglia le case da geometra costruite in qualsiasi punto venisse in mente, a spregio di qualsiasi piano paesaggistico e buon senso.
E’ sconfortante, nel piccolo paese di Revello, vedere come vi sia una netta divisione tra la parte dei ricchi con le case medioevali restaurate ed i giardini meravigliosi (****) e la parte dei non-signori, chiamiamoli così, con la casa da geometra possibilmente il più vistosa possibile.
Stesso scenario andando avanti nella vallata. Da una parte l’elite in grado di integrare i suoi desiderata con l’ambiente, dall’altra i non signori con i cubi di cemento.
Il mondo dei vinti continua ad essere vinto, non più perchè muoia di fame ma perchè viene spossessato fino all’ultimo della sua eredità culturale che nessuno, da nessuna parte, gli ha spiegato possa essere importante.
Ci sono cambiamenti? Si, ci sono cambiamenti. Dai pionieri dell’Achillea ai giovani che mettono su il caseificio cercando di aggregare le forze locali. Sono i pionieri che cercano di integrare l’eredità ed il patrimonio locale nell’oggi. Dalle iniziative di valorizzazione dell’artigianato locale ad iniziative che sono si profondamente basate sul territorio.
Non nella nostalgica rievocazione di un passato ricco di fame e povertà. Una rievocazione che inumidisce l’occhio al fighetto ma fa poco altro per il territorio ed i suoi problemi. Non arricchisce, non modifica nulla limitandosi a rievocare un’epoca dell’oro mai esistita ed un qualcosa che è un pochino diverso. (*****)
E cosa irrita in maniera pesante è che il loro sforzo quotidiano di portare il discorso legandolo al territorio non venga calcolato neppure con mezza riga sul bolletino da fighetti che è spesso Repubblica.
Non vi stupite a questo punto che quel territorio sia pesantemente andato alla Lega, non vi stupite se non vi sarà di certo a breve un recupero di quella parti.
E qui andiamo sulla storia di famiglia: il fatto di avere avuto un nonno, iscritto al PCI, che decise di effettuare il ritorno alla natura ed al territorio con circa 40 anni d’anticipo sui tempi. Morale fu una storia di fame e povertà assoluta. In questa storia s’inserisce l’epica figura della mia bisnonna che, di fronte al commissario del popolo che le chiedeva come stessero “le nostre vacche”, con nostre nel senso di collettive, rispose rifilandogli in mano il secchio da mungere.
Ecco, quel pezzo di Petrini, e quell’iniziativa mi ricordano molto quel commissario del popolo. Peccato non avere un tridente da dargli in mano.
(*) Ad occhio erano 50 grammi per un costo di 80 euro al kg, circa.
(**) Dodici ore al giorno circa. I parroci più stronzi suonavano il primo molto presto ed il secondo molto tardi.
(***) La cumba è il torrente, il cumbal la vallata
(****) E ci mancherebbe anche
(*****) Vorremmo ricordare l’immortale aneddoto narrato da un locale che possiede un allevamento di polli: visto che i turisti erano già in caccia dei “sapori originali”, alcuni transumanti comperavano da lui i polli adulti, li liberavano in montagna, e li vendevano come galline ruspanti.
Mi immagino cosa potrebbe scrivere un manuale di storia contemporanea di questi anni.
Qualcosa tipo <<Nell’estate del 2009 si ebbe la scena politica italiana ebbe un’evoluzione che fu detta de “La strategia del papi”
La strategia si basava sulla pubblicazione della documentazione di “Vite dei Cesari della Seconda Repubblica” e occorre dire che Svetonio sarebbe stato invidioso della qualità del materiale che venne pubblicato.
Furono rese pubbliche foto di piccoli papilanek come racconti dettagliati di visite a “letti grandi” e “coreografie tra bionde e brune”.
La linea di contrattacco, detta anche “Strategia del non-gli-tira” andava contro ogni possibile archetipo del capo, forte e virile, e non fu molto supportata anche perchè avrebbe contrastato nettamente con slogan quali “Ce l’ha duro” che, dopo tali rivelazioni, avrebbero dato la stura a serie di sfottò e perculamente
La strategia del papi ebbe l’apice durante il G8 quando si passò a discutere di pratiche avanzate e più sofisticate (Vieni qui bella manza che ti sfondo).>>
Esimia signorina (*)
Vengo a lei con questa mia dopo che ieri sera è riuscita a fare le ore 1 a.m tenedno la radio accesa.
Capisco che la sua giovane età, si spera, e la professione da frequentatrice alternativa di palazzi romani la porti a non utilizzare il cervello out of the box, se mai la box è esistita.
Vorrei però farle presente che esiste una brutta abitudine in questo paese: si chiama dormire, soprattutto quando l’indomani mattina devi essere alla stazione alle ore 7.15
Ora suppongo che lei capirà l’insano desiderio, da me provato stanotte, di utilizzare il suo radiofinico strumento per operare su ella atti classificabili come “sodomia senza lubrificante”.
Capirà anche il mio desiderio di capire quale sia il suo campanello di casa per poterglelo andare a suonare domattina, ore 6.50 E dopo infilarci dentro uno stecchino di modo che esso risulti bloccato e che ella debba muovere quel culo lardoso per andarlo a rimuovere.
In tutto ciò non vi sarà nulla di personale, su un piano personale preferirei farle fare a calci in culo le scale, ma solo semplice condivisione di una situazione altresì sgradevole.
Tipo non poter dormire mentre mi rifili musica mielosa e terrificante a tutto volume e, se ti chiedono d’abbassare, non lo fai.
TROIA (**)
(*) il titolo intero sarebbe “sgnorina professionalmente di facili costumi nonchè afflitta da un’incipiente caso di inesistenza del cervello”
(**) Il genere di musica indicava femmina di circa 20 anni, priva di sporgenze su cui infilarsi.
but this girls wants one thing more than anything else. She wants to drink tea in the Sahara (ispirato da Paul Bowles – The Sheltering Sky)
E speriamo sia la volta buona
Non ho mai fatto mistero di considerare tutto il blah-blah attorno a social networking, microblogging e compagnia cantante come “aria fritta”.
Tanti blah blah stile
“Nel primo mistero gaudioso di Twitter si contempla l’utilizzo da parte del marketing delle corporation” oppure
“Nel secondo mistero gaudioso di Twitter si contempla che tutti prima o poi finiranno a raccontarci i fattacci loro”
E il coro di “RT, RT, RT, Social Networking, Web 2.0, Facebook, FriendFeed, AAAAAAAAAAAAAAAAAMMMMEEEEEEEEEEEEEEEEEEN”
Quando però leggi questo e, nello specifico, questo twit:
“ALL internet & mobile networks are cut. We ask everyone in Tehran to go onto their rooftops and shout ALAHO AKBAR in protest #IranElection”
ti emozioni.
Perchè quel twit vale più di migliaia di cazzate scritte sul tema, di interminabili dibattiti.
Quel twit è la realtà di un paese in cambiamento.
Parla di violenza, repressione e dell’insopprimibile voglia di comunicare e cambiare le cose.
Parla di vita e non di aria fritta
Ed è quello che fa la differenza.



