Unpolitically correct ovvero diritti e doveri

WARNING: in questo post vengono esposte idee e sensazioni totalmente unpolitically correct.

Il politically correct e’ quella mania, iniziata negli anni ’90, per cui qualsiasi minoranza viene vista unicamente come soggetta di diritti e non di doveri. Data la minoranza X, quanto viene asserito nel PC non e’ unicamente che abbia gli stessi diritti del resto della popolazione e che debba venire rispettata, ma che rientri in una sorta di alone protettitivo per cui qualsiasi asserzione che non rientri nel “pucci-pucci-belli” sia vista come negativa.
Ora di rintronati razzisti od idioti il mondo e’ pieno ma altrettanto e’ pieno di gente che e’ pronta a scandalizzarsi e ad urlare alla persecuzione per qualsiasi cosa.

Gli ultimi, in ordine d’arrivo, sono alcune parti della popolazione cattolica. Ora i titoli sulla “caccia al cattolico” e sul cattolico perseguitato si sprecano, soprattutto da parte di certe forze politiche. Non ho ancora capito in cosa consti questa benedetta persecuzione stante che a me pare piu’ una perdita di potere che un effettiva perdita di diritti.

Allo stesso modo, data una minoranza, col PC si rischia di finire nei casini anche quando si sia nella piena ragione. Faccio un esempio pratico: conosco un attivista gay e so che la maggior parte delle attivita’ le gestisce durante le ore lavorative e, per questa abitudine, e’ stato sbattuto fuori da un posto. Quando la cosa successe urlo’ alla persecuzione anche se i primi a non crederci furono gli altri gay presenti nel suo stesso ambito lavorativo.
Con tutto ciò a me pare che questo sia un atteggiamento estremamente autoemarginante. Al posto di dire “Tizio che lavora qui me è gay” diventa “Gay che lavora qui”. La parte per il tutto.

Allo stesso modo se un extracomunitario mi ruba il portafoglio mi e’ possibile definirlo un ladro senza finire sotto le forche caudine di qualcuno che voglia farmi passare a tutti i costi per razzista? Conosco la mentalita’, ricordo una persona scandalizzatissima perche’, in una mailing list, il Torino-Milano che a quei tempi era affollatissimo di prostitute nigeriane veniva chiamato il Nigerian Train.
Era un dato di fatto che la maggior parte dei posti fossero occupati da loro e che avessero una certa chiassosa esuberanza ma, ad orecchie politicamente corrette, cio’ suonava male.
Un altro classico del PC in salsa terzomondista è chi ha origini di un certo tipo debba essere per forza uno sfigato, un po’ emarginato ed anche, diciamocelo, un po’ puzzolente. In questa pura retorica ci si dimentica che l’altro può non rientrare nel delizioso quadretto ma, a questo punto, è pronta la seconda trappola: se non è nel quadro non esiste.

La stessa cosa succede con le donne. Ci sono alcune mie compagne di sesso che hanno uno speciale dono per presentarsi come “oggetti sessuali” al posto di “soggetti sessuali” e, fin qui, sarebbero ampiamente affari loro se la cosa facesse loro piacere. Quando pero’ si leggono gli alti lai sulla questione, quando diventano pianti greci e’ inutile lamentarsi di perche’ vi sia una certa visione o succedano certe cose. Il concetto di scelta e di responsabilita’ deve essere anche femminile ed implica l’accettare le conseguenze. Implica avere dei doveri verso se stesse il primo dei quali è il sapere che là fuori non ci sono solo i 7 nani e la casetta nel bosco ma anche il lupo cattivo. Prima ancora ci sarebbe il rispetto per se stesse ed il ricordarsi che cosa si ha tra le orecchie è mediamente altrettanto interessanto quanto cosa si ha tra le gambe.

La parola doveri e’ quella che, nel politically correct, viene totalmente dimenticata assieme al concetto di scelta. La minoranza non viene vista come un insieme di persone mature soggette di diritti e di doveri ma diventa un modo di tenere le persone in un eterno infantilismo in cui la condizione stessa di emarginazione puo’ avere i suoi risvolti privilegiati.
Il problema diventa quindi doppio: da una parte la maggioranza che non riconosce diritti alla minoranza, dall’altra la minoranza che si trova ad essere considerata in uno stato di perenne infantilismo.
Il linguaggio tenuto sempre ad un perfetto livello di equilibrio, il divieto implicito nel dire cose anche dure diventa pericolosamente vicino a quello che asseriva il principe di Salina nel Gattopardo: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”.
Ed il politically correct diventa, a quel punto, una sottile forma di razzismo o paternalismo che nega al soggetto di diritto quella che e’ una delle caratteristiche del soggetto adulto: l’avere dei doveri.

Pubblicato il 8 agosto, 2008, in Femminile-maschile, Life, Universe and Everything, Politica, Realta', Riflessioni con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Annarella, posso tradurlo in inglese e passarlo a degli amici? Mi è piaciuto molto e sei riuscita ad esprimere molto bene alcune cose che penso!

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