Categorie dello spirito: quelli che benaltrano

Un gioco da fare nelle serata autunnal-invernali noiose in cui non si ha voglia di vedere la tv per beccarsi l’ennesimo Busi, più ripetitivo ormai dei calendari patinati da barbier-spogliato, o altre alternative e’ quello di identificare le categorie dello spirito che si possano essere incontrate negli ultimi tempi di modo da farne un manuale dei tempi moderni.
Queste sono un paio di quelle da me incontrate o identificate all’urlo “Incredibile ma vero” oppure “eccheduepalle”.

Entrambe appartengono alla categoria del benaltrismo ossia desiderano il bene altrui anche a costo di sfrantumare le palle al proprio prossimo.

Il buonista o politically correct : sul buonista penso di avere raccolto una messe di dati e aneddoti che potrebbe occupare librerie intere. Dicesi buonista colui o colei che pensando di voler difendere categorie definite deboli tende a dimenticarsi che si parla sempre di singole persone e che l’etichetta, di per se stessa, vuol dire assolutamente nulla.
Se hai una collega stronza e ti scappa di dire che lei e’ interinale o appartiene ad una qualsiasi delle categorie da difendere per definizione, dovrai prima di tutto difenderti dal fatto di non esserlo, secondo dimostrare che la suddetta e’ una stronza, terzo sarai colpevole per definizione perche’ a quella categoria non appartieni.
Per il buonista agisce su luoghi comuni, quasi sempre di sinistra, che sono più ferrei di un qualsiasi dogma cattolico visto che quest’ultimo e’ almeno soggetto ad interpretazione.
Per il buonista l’interinale e’ sempre perseguitata, i centrosocialati lottano tutti per un mondo nuovo, se oggi ci sara’ qualche testa sanguinante mentre i vari idealisti noglobal lottano per un mondo diverso sfasciando Torino sara’ tutta colpa della polizia cattiva. L’eventuale molotov e’ un incidente di percorso o, sicuramente, lanciata da infiltrati o su provocazione. Se ti lamenti sei un piccolo borghese che viene disturbato nel comodo tran tran della sua vita. E giuro che questa me la sono sentita dire dopo essermi lamentata perche’ ero finita sequestrata in casa.
Di sicuro il buonista non ha a che fare con alcuna delle categorie che difende altrimenti capirebbe l’immensa verita’ contenuta nella parole di Vincenzo Ferrri, fondatore della San Vincenzo, ad una aristocratica dama che si lamentava dell’odore dei tuguri: “Madame i poveri puzzano” e, aggiungerei io, non sempre sono in buona fede, simpatici e hanno l’aria giusta. La merda e’ merda anche se possiamo metterci dietro tutte le scusanti e chi ha l’aria da “sfigato giusto” e’ sovente una “bella merda” con tutto cio’ che ne consegue.

Equo solidalisti Lo ammetto: compero equo-solidale perche’ vi sono dei prodotti di categoria nettamente superiore e che mi piacciono. Non ho idea esattamente di quanto serva, mi piacerebbe lo facesse. So, quasi per certo, che serve di più una bella donazione ad organizzazioni come Oxfam che il mio caffe’ ma non sempre sono in grado di fare la prima cosa.
L’equo solidarista tende a ricadere nella stessa categoria del buonista perche’ vede le cose in bianco o nero senza sfumature intermedie. L’occidente e’ tutto male, il terzo mondo tutto bene e la complessità della problematica viene affrontata con una sega elettrica di modo che non e’ tanto che si sfrondi il problema, lo si riduce nettamente ad una moncherino dove inquadrare perfettamente l’analisi dualistica. Se mangi da Mac se un insensibile sfruttatore, se mangi dal kebabista un sostenitore del terzo mondo, se bevi il caffe  stai aiutando i poveri affamati a prescindere che l’hai comprato in un negozio dove il povero sfruttato non riuscirebbe a comprarsi niente perche’ alcuni prodotti costano piu’ del suo reddito mensile e la media dei frequentatori si sente tanto buona ed alternativa mentre si toglie la polvere dalla giacca di cachemire.
L’equo solidarista e’ la versione moderna e laica della dama di San Vincenzo, ne ha ereditato i modi e la mentalita’ con un’unica differenza: la dama aveva almeno un rapporto personale con le persone che assisteva, l’equo solidarista si accontenta delle foto dei contadini felici.
La dama di San Vincenzo era anche meno ipocrita perche’ aveva ben chiaro chi fosse lei e chi fosse l’assistito. Possiamo brutalmente chiamarla differenza di classe ma non se ne usciva con vaccate stile “siamo uguali a loro” quando il tuo reddito e il tuo modo di vivere ti pongono a chilometri di distanza. Con cio’ non vuol dire “essere migliori” vuol dire che il giorno in cui l’equo solidarista rinuncera’ a qualcosa nel suo stile di vita, riducendolo in parole povere, per migliorare quello dell’altro potremo parlare di solidarieta’ autentica. Fino ad allora continuero’ a pensare sia un gran bel modo di lavarsi la coscienza e sentirsi migliori.

Pubblicato il 22 settembre, 2008, in Life, Universe and Everything, Realta' con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Non dimenticherei quelli che, con una casa in centro a Milano (loro, eh, non quella di mamma e papà: e sono a stento maggiorenni) vogliono vestirsi e comportarsi come gli ultimi dei poveri – e se tu provi a proporre un ostello dove ci sia la doccia sei una brutta capitalista. Salvo poi vestirsi in negozietti etnici dove una gonna costa dieci volte che all’Upim, e star facendo un viaggio che sicuramente il sottoproletario dei loro sogni avrebbe difficoltà a permettersi.

  2. @restodelmondo: quelli che, come dicevano gli Afterhours, “sabato in barca a vela, il lunedì al Leoncavallo”😦
    O che da piccoli sono rivoluzionari e da grandi notai …

  3. quando ho letto “dame di san Vincenzo” ho avuto una piccola reazione di turbinio visto che mi ricordo ancora di una situazione di due mesi fa quando, presente in un ospedale qui vicino, ho sentito due “dame” uscire dalla messa ospedaliera che parlavano della ragazza italiana uccisa in Spagna (il cui funerale si stava svolgendo proprio in quello stesso momento) dicendo che “se l’era cercata”.😦
    Detto cio’ sono stato volontario in un gruppo del commercio equo e solidale e ritengo che il commercio debba essere equo, ossia che i lavoratori debbano essere retribuiti adeguatamente, indipendentemente se il prodotto è marchiato Altromercato o Nestle’.
    Il problema del commercio equo è che gli si attacca il solidale e da qui il passo al gruppo missionario della parrocchia è breve.
    Ossia noi per la gente del paese eravamo quelli del gruppo missionario
    In noi non c’era nessun sentimento di essere migliori, ma bensi’ la voglia di collaborare a qualcosa che si sentiva giusto.
    Oggi sono molto lontano da quell’ambiente (anche perche’ pure gli altri hanno lasciato, c’e’ chi si è diventata suora, chi è diventare prete missionario e chi, come me, ha fatto tuttaltre scelte), tuttavia se come consumatore posso fare che il commercio sia equo lo faccio, magari comperando il latte di vacca del vicino contadino anziche’ il “latte” del centro commerciale.

  4. Quoto Annarella e Mauro.

    Personalmente quando posso compro Equo e Solidale per il semplice motivo che la maggioranza dei prodotti li considero di qualità migliore rispetto a quelli tradizionali.

    Li compro anche perchè sono fatti con prodotti “originali”, ad esempio le noci vengono dal lontano Piemonte, e comunque confezionati per lo più in Italia (e qui concordo con Mauro l’importante è come sono state fatte le cose e non da chi). Se poi capita li compro dal locale gruppo missionario, solo perchè cosi so dove va il ricavato dell'”ultimo miglio”.

    Per il discorso “dame”. Nella mia famiglia quando si dismette qualcosa, se si può, la si da alle associazioni di volontariato (caritas, oratorio, missioni, ….). Prima mia madre dava i nostri vestiti usati alle “dame di carità” della parrocchia. Ha iniziato a portarli direttamente ai centri di raccolta caritas quando abbiamo visto la figlia di una vicina di casa andare in giro con una maglietta con il nome di mio fratello sulla schiena. Dimenticavo la vicina aveva, e ha tutt’ora, una villa con tanto di fontana nel mezzo del giardino mentre i miei sono ancora in affitto.

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