Terra Madre o del cibo dei ricchi

In questi giorni è in corso a Torino “Terra Madre” o, come pomposamente viene definito, “Il più grande evento contadino del mondo”.

Terra Madre è un incontro di poveri, di analisi di necessità di poveri, di culture povere che nutrono i ricchi.

Perchè per riuscire a porre la manina su una fettina di formaggio del BahwaBahwa non bisogna essere un contadino ma qualcuno che se lo può permettere.

La grande, tremenda contraddizione che vedo in Slow Food e quanto vi gira attorno è di essere partito dalla riscoperta di sapori ed esperienze gastronomiche comuni  a tutti per approdare ad un evento da ricchi.

Esattamente come evento da ricchi è “Il Salone del Gusto” a 25 euro cadacrapa.

Chiariamoci: chi scrive non ha assolutamente nulla contro la spesa fighetto-natural-sapore-della-terra-sostenibile-agricolturale. Ma chi scrive non deve mantenere una famiglia.

Ma non mi sfugge che le culture povere, le culture da cui tutti noi proveniamo stanno diventando esclusiva di chi ha cultura e/o soldi. Fine del discorso.

Il povero mangia da Mc Donald’s, il povero non mangia di sicuro il cardo di Nizza o il formaggino di capra del Mead. Anche se quello appartiene alla sua storia ed alla sua tradizione.

Una tradizione che non gli appartiene più, espropriata. Perchè per stare dietro alla tradizione dovrebbe svenarsi e nella scala dei bisogni il gusto del cibo slow-food-eco-sostenibile-sapore-della-terra viene ben dopo il bisogno primario di NU-TRIR-SI.

Siamo allo snodo di una contraddizione dove s’incontrano uno dei bisogni primari con la nostra sofisticazione da europei ricchi e, si spera,in grado di capire cosa c’è dietro e non d’ingozzarsi unicamente perchè fa fighett-modaiolo.

Ho visto e ricordo i primi due Saloni del Gusto: il bengodi del cibo d’elite. Solo che il bengodi allora offriva gli assaggi gratis ed un affollamento sostenibile. Nonchè una percentuale di tamarri molto vicina allo zero.

Oggi il rischio è svenamento in mezzo a folla strabordante cum tamarro danaroso. Perchè oggi quel cibo fa status. Siamo partiti dalla riscoperta dei sapori  e dei cibi tradizionali per approdare sulla spiaggia del fighettismo.

Adesso scusate vado a finire di preparare il caffè da un rene al kg che consumerò domattina a colazione assieme ai biscotti preparati da secondo ricette direttamente tramandate via aedi celtico-burgundi (*).

Che sappia che la cosa è un po’ comica va bene, che non mi piaccia quel genere di cibo un altro paio di maniche.

(*) Non esistono. Echissenefrega, veniva bene la frase.

Pubblicato il 23 ottobre, 2008, in Piaceri, Politica, Realta', Riflessioni con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 18 commenti.

  1. In realtà il salone del gusto mi sembra una esposizione gastronomica. Noi Italiani (e Francesi) abbiamo la fortuna che la nostra cucina tradizionale è ottima. Gli Inglesi od i Russi da questo punto di vista partono decisamente svantaggiati.

    A questo punto se il produttore od il cuoco scopre che può differenziare sul prezzo e trova il pollo che vedendosi presentare la pesca di Catania la paga 5 euro al kg non vedo perché non lo debba fare. Salvo il fatto che il fighetto non va al mercato di via Pasubio e non vede le stesse pesche a 90 centesimi.

    Certo, se uno si rivolge soplo alla grande distribuzione ed i piccoli negozi spariscono (o vanno verso la produzione di elite)

  2. @Mike, appunto, il problema è che ora stiamo venendo espropriati, e i mille cosiddetti “gonzi” impattano sulle possibilità di tutti, il “perché non lo debba fare” lo vedo eccome. Sia sulla possibilità di ottenere i prodotti tradizionali, sia sulla qualità del cibo a parità di spesa.
    E questo tristemente si ricollega al fatto che il mercato punta a sfamare, non a nutrire, è cosa purtroppo ben diversa. McDonalds sfama solo ma colla scusa di nutrire, col risultato che poi anche il povero paga il “risparmio” anche in squilibri alimentari e problemi di salute. E non è che al supermercato sia tanto diverso.. (sarà per questo che McD non sembra poi tanto male).
    PS esistono ancora i piccoli negozi? Nel senso di negozi che offrano qualcosa di diverso dai supermercati?

  3. Mike chiaro che se c’è chi compera la pesca a 5 euro, affari suoi.
    Ma c’è un problema: al contadino la pesca viene pagata 50 cent al kg e chi quella pesca ha sempre mangiato non lo fa più.
    Per fare un esempio: gli asparagi di Santena costano fino a 18 euro al kg. Sono storicamente una verdura che veniva mangiata nella zona. Adesso rischi di trovarli solo più sulla mensa di chi quella cifra si può permettere.
    La tradizione rinasce ma diventa esclusiva dell’elite.

    Ed è questo che contesto a Slow Food e discorsi affini: di essere elitari perchè puoi fare tutta l’educazione alimentare che vuoi ma se poi non te la puoi permettere economicamente è un altro paio di maniche.

  4. Non è il povero che mangia da MD, è chi non gli frega niente di sapere cosa mangia, ma questi sono cavoli suoi. Tra una pizza a 8gallery e una da eataly c’è poca,poca differenza in euro ma molta,molta in qualità.
    ciao
    Dimenticavo, al salone non si paga 25 ma 20 euro a crapa, forse cambia poco ma non c’hai azzeccato.

  5. Luca hai appena scritto la migliore dimostrazione di come un movimento sia diventato la summa dell’elitarismo.
    O, come diceva Cuore, “Sono poveri, cazzi loro”. In secondo luogo ti ricorderei che povero e ignorante non sono sinonimi.
    Sui 25-20 euro, quindi? Cambia qualcosa al discorso di base ?

  6. Il discorso sul cibo è un discorso vecchio.

    Se cerchi fra i Laterza c’è un bellissimo saggio intitolato “La fame e l’abbondanza”, dove si descrivono fra l’altro le LEGGI che imponevano ai poveri di mangiare in modo diverso dai ricchi.

    Lo Slow Food è il tentativo di ricreare la divisione fra cibo dei ricchi e cibo dei poveri che c’è stato in passato, e che la grande distribuzione aveva contribuito a eliminare.

    A me non interessa che il cibo sia “biologico”, qualunque cosa questo voglia dire. A me interessa che sia sano, nutriente e a buon prezzo.

    E l’unico modo per ottenere questo è che le persone ricche facciano la spesa e comprino esattamente le stesse cose esattamente negli stessi supermercati dei poveri.

    Questa idea non si riesce a far entrare nella testa di tantissime persone (sfortunatamente per me, tutte rigorosamente di sinistra).

  7. Una volta i cibi che ora sono considerati da ricchi erano cibi da poveri…
    Ci hanno espropriato di questa ricchezza ! E ciò è avvenuto nel corso del tempo.
    L’aspetto glamour del mangiare sano da fastidio anche a me a volte. Ma forse è l’unico modo per recuperare il valore del cibo sperando che l’alto prezzo del sano e buono cali presto.

    Anche se ieri ho comprato delle mele bio allo stesso prezzo di quelle non bio e palesemente gonfiate

  8. Il punto è che è proprio il tipo di produzione, che punta a trasformare un cibo da poveri in cibo da ricchi.

    Prendi il farro, ad esempio. Il farro si coltiva negli stessi terreni del grano, ma ha una resa molto inferiore. Quindi, se io coltivo grano, guadagno di più rispetto alla coltivazione del farro.

    Se voglio guadagnare col farro, di farro ce ne deve essere poco e deve essere costoso: ossia devo riuscire a venderlo a prezzo elevato. Quindi DEVE diventare un cibo da ricchi, altrimenti semplicemente nessuno lo coltiverebbe.

    Quando vi parlano di “puntare sulla qualità del prodotto” vi stanno dicendo “stiamo facendo un prodotto costoso, che voi non vi potrete più permettere”.

    Il che va benissimo, ma è esattamente la tanto odiata ottica di coltivazione industriale.

  9. Ebbrava Annarella che scrivi così tante, legittime (vivaiddio) intelligenze.
    Concordo.

  10. Paolo, ma il costo di produzione come dice Annarella è minimale, il grosso è la distribuzione. Ed il fatto che molti si accontentano di qualità bassa, in modo che le economie di scala scompaiono su prodotti che potrebbero costare anche solo pochissimo di più ma essere significativamente migliori. E il biologico cerca solo di essere un fattore in più per offrire qualità, non è necessariamente snobismo da truzzi arricchiti (anche se a questi non par vero di buttarvicisi, ma solo perché in italia il biologico costa e fa status, diversamente dalla germania dove ormai lo trovi tranquillamente anche al discount). Il conto di pesticidi, ormoni, aromi e conservanti si paga comunque in salute anche se non sta sull’etichetta e anche se non viene presentato il giorno stesso. Certe volte non può esistere contemporaneamente sano, nutriente ed a buon prezzo, proprio perché produrre meno sano e meno nutriente sarà sempre possibile a minor prezzo, e anche se poi sul prezzo finale incide lo 0.01% quel poco basta a batter la concorrenza quando l’acquirente non bada alla qualità. Ma “basta” organizzarsi e non andare nei negozi da fighetti ma magari trovare un gruppo d’acquisto comprando dai produttori, in modo da spendere meno e contemporaneamente avere qualità migliore del supermercato. Solo che non tutti hanno il tempo o i contatti per farlo. Ma ove possibile ne val la pena (soprattutto sulla carne la differenza è abissale).

  11. Sto leggendo i vostri commenti ed ognuno di loro richiederebbe minimo un post di risposta😀

    Vista l’ora mi prendo un attimo per rispondere :d

  12. Sto leggendo i vostri commenti ed ognuno di loro richiederebbe minimo un post di risposta😀

    Vista l’ora mi prendo un attimo per rispondere :d

  13. @Quartz.

    E’ abbastanza ovvio che il costo di distribuzione, in Italia, sia una componente molto forte. Dipende dalla geografia del paese e dalle sue capacità produttive agricole.

    Sui GAS: io ho esaminato i loro listini, e i loro prodotti costano mediamente il doppio del prodotto equivalente di un supermercato (Coop o Esselunga per la mia esperienza). Io mi organizzo pure, ma sinceramente non ce la faccio a pagare quei prezzi lì per il latte, la frutta e la verdure.

    Sul biologico: anzitutto, qualcuno mi dovrebbe dimostrare che il sistema è sostenibile. A quanto mi risulta, per esempio per il grano, l’Italia non è mai stata storicamente un paese autosufficiente. C’era riuscito Mussolini, ma mettendo a coltivazione tutto e il contrario di tutto.

    Certo, oggi la resa per ettaro è superiore, ma solo usando metodi moderni.

    Sul cibo, io vorrei ribadire che per me è essenziale che il cibo che mangio sia sano, nutriente, economico e POSSIBILMENTE gustoso.

    Mentre i primi tre attributi sono irrinunciabili, sul quarto posso trattare.

    La coltivazione biologica IN SE E PER SE non offre nessuna garanzia. Usare un concime azotato non è differente dall’usare letame: il principio attivo che si sta usando è esattamente lo stesso.

  14. Il supermercato e la GDO hanno prezzi mediamente più alti del mercato rionale o (ovviamente) di comprare direttamente alla fonte. Che vengano a costare più che alla GDO mi sembra assolutamente strano: il latte qui a Torino costa un 40% in meno in cascina rispetto al super, mentre sulla verdura si viaggia su un 40% in meno al mercato ed un 70% in meno direttamente dal contadino all’ingrosso.

    @Quartz: per il discorso del biologico, anche LIDL ed LD lo hanno, ed i prodotti biologici Coop di solito costano poco di più che le controparti “normali”.

    Mangiare sano: in un certo senso basta essere educati a farlo.
    Ora, se io a pranzo mangio il Big Mac piuttosto che due pizzette coop e ci bevo sopra una fanta e poi mi faccio lo spuntino con due Buondì, rispetto a pranzare mangiando frutta comrata al mercato, focaccia con cipolle ed acqua, sicuramente mangerò peggio e spenderò di più.

  15. Per i pesci “poveri” consigliati da Slow fish:
    http://kwartz.tumblr.com/post/56982680/che-pesci-prendere
    (mp3 per pochi giorni anche qui per chi non ha il player: http://www.radio.rai.it/radio3/podcast/lista.cfm?id=273 )

  16. concordo con il fastidio per lo snobismo alimentare, brava Annarella, hai trovato le parole per esprimere il disagio che avevo provato anch’io in uno degli ultimi saloni, senza aver saputo ben definire cosa fosse. Grazie🙂

  17. @Marcella: me ringrazia :d

  1. Pingback: Qui prodest Fiera del Gusto - Vittorio Pasteris

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