Facebook o del controllo sociale

Facebook sta riportando in auge un concetto che pareva essere decisamente decaduto, quello del controllo sociale.

Abituati a vivere in città o in spazi dove il controllo sociale, lo sguardo dell’altro era diventato secondario, con la città virtuale veniamo riportati indietro a quando vivevamo in un paese e tutti eravamo soggetti al controllo degli altri, alla regola sociale.

L’adeguamento o meno alla regola vuole dire integrato o ribelle. Accettato dalla comunità o fuori da essa.

Prendiamo il caso citato da Repubblica.

La ragazza non sta facendo nulla di trascendentale nè violando alcuna regola particolare. Al tempo stesso cosa ha fatto e cosa è successo viene riportato da un giornale a 4 mila km.

E’ importante cos’è successo? Nel gruppo di pari ed adolescenti si. E’ nullo e secondario per l’adulto o per chi non è parte di quel gruppo. Ad occhio, per l’adulto medio, non sta neppure facendo nulla di particolare.

Eppure la notizia segue la dinamica tipica del pettegolezzo di paese: l’insinuazione di comportamenti ben peggiori, la notizia che diventa pubblica e la punizione. Con tanto di gogna mediatica.

Il problema non è Facebook o lei che pubblica le foto. Il problema è l’esasperato bisogno di controllo sociale che i social network sembrano riportare in auge.

Un mondo di controllori e censori dove la regola ridiventa il “si fa ma non si mostra”. Un mondo dove non esiste la “damnatio memoriae” come condanna ma la conservazione ai posteri di qualsiasi cazzata si sia esposta in pubblico sia essa scritta o fotografata.

Diceva Lou Reed “They build your integrity so they can play on your fears” in una canzone che proseguiva dicendo “Growing up in public with your pants down”.

Come un grande muro da cui nulla può essere rimosso o cancellato, FB diventa strumento di diffusione come di creazione di opinione e di censura.

Esattamente come nel pettegolezzo di paese, la notizia stessa viene estrapolata da qualsiasi contesto, tagliuzzata, modificata e fatta divenire fatto a se stante e condannabile.

L’immagine dell’altro nasce dai frammenti non dall’insieme. Il volto dell’altro levinasiano viene ribaltato su “l’immagine pubblica dell’altro” dove la reazione non viene scatenata dal volto ma dalle parole o dall’istante.

L’altro viene cristallizzato nell’istante dimenticandosi che la gente cambia, cresce e si modifica.

Dice una splendida frase di Pratchett: “Cosa non può vivere non può cambiare” .

Rischiamo di trasformare un gioco in un cimitero dove nulla può essere cancellato e nulla vive perchè nulla può cambiare.

Un’apoteosi di morte fissata per sempre in qualche motore di ricerca.

Pubblicato il 9 novembre, 2008, in Life, Universe and Everything, Realta', Riflessioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Un profilo FB non è una traccia indelebile, si può sempre cancellare. Il problema è nelle menti delle persone che fanno cavolate e poi le espongono al mondo. Personalmente non mi sognerei mai di farlo, ma le nuove generazioni sono molto diverse, e spesso la ricerca dell’atto clamoroso è spasmodica, come se l’apparire (in qualsiasi forma, anche in negativo) fosse lo scopo ultimo dell’esistenza.

    Siamo finiti in una Paperissima planetaria, con una enorme massa di persone a caccia della foto o del video più stupidi (o più sexy o sempre e comunque più), perchè è quello che crea ciò che si può misurare, la fama: il numero di contatti, di visualizzazioni, di amici.

    E per questo scopo in tantissimi si spingono decisamente oltre, anche perchè internet alza la soglia della cavolata (e quindi della concorrenza) dal gruppo di amici di quartiere o di scuola, al mondo intero, e quindi bisogna osare al massimo livello.

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