Carlin Petrini e la cultura del fighetto

Qui qualcuna ha appena gettato 4 euro di fragole di Peveragno perchè, prese ieri, oggi erano già marce. Tutto ciò mi garantisce che di conservanti non avessero neppure l’ombra ma mi pone anche un paio di domande sulla sostenibilità economica di  6 fragole, questo è il numero che son riuscita a mangiare. Buone, per la carità, ma costate più o meno come il caviale del Volga (*)

Ma non è del mio giramento attuale di gonadi che vorrei parlare quanto di un’iniziativa petriniana di cui ho letto oggi.

Premessa: ho molta stima per il lavoro fatto da Petrini fin a 10 anni fa circa. Molta di meno per l’impasto di snobismo, fighettismo e retroguardia che ne è uscito.

Dal discorso di recupero di tradizioni si è passati alla retroguardia nostalgica, all’esaltazione di un senso del passato in modo romantico, epico ma che nulla o ben poco ha che fare con quel legame che esisteva tra le genti di una terra e la terra medesima.

Leggere questo pezzo dove si dice: “Ormai sono rimaste non più di 300 famiglie a portare le bestie al pascolo: uno sforzo che merita riconoscimento”, visto con l’occhio di chi quel territorio lo conosce, ti porta a domandarti se si sappia, se ci sia conoscenza di cosa c’era dietro quel genere di vita, cosa comportasse e  cosa pensassero gli abitanti del mondo dei vinti.

E’ romantico parlare di tradizione/sforzo e antani vari. E’ realistico ricordare che nel mondo dove la transumanza veniva fatta a piedi su 10 bambini ne sopravvivevano 2, si viveva di castagne e polenta e si lavorava da Angelus ad Angelus (*)

Poco di epico, romantico e poetico. Molto che parla di fame, miseria e vite di stenti.

Anche oggi nulla che abbia un reale legame con la vita quotidiana e reale del territorio, molto che ha a che fare con l’esaltazione romantica di un passato visto come “puro”.

Un passato che non può tornare perchè, esattamente come nell’analisi fatta da Uriel in questo post, è saltato il concetto di noi. Un concetto di NOI che si aggregava attorno alla parrocchia, alla Coldiretti. Un concetto di noi che inizia a sfaldarsi con l’arrivo della fabbrica e che viene perso sempre di più quando arrivano diversi modelli culturali ed il rapporto tra l’uomo e l’ambiente salta del tutto.

Nel momento in cui la terra, la montagna, il bosco, la cumba(***) perdono la funzione di nutrimento, di ecosistema da mantenere perchè indispensabile alla sopravvivenza, la montagna viene lasciata morire.

Lo vedo dalle mie parti dove tra agricoltura intensiva e lavoro in fabbrica, non vi è più alcun rapporto tra la comunità e l’ambiente circostante. Tutto quel sistema di sentieri, teleferiche viene lasciato morire perchè non più visto come “qualcosa che è anche mio” ma come “qualcosa di superfluo, non presente nella mia cultura”.

I castagni centenari tagliati e lasciati per terra, addirittura sbattuti nelle cumbe,  di modo che, in caso di pioggia intensa, aumenta anche il rischio di alluvione. Il tutto nell’indifferenza della forestale (detto onestamente, chi li ha mai visti?) e senza un’utilità pratica di qualsiasi genere visto che il riscaldamento è solo più in parte a legna.

A corollario a questa meraviglia le case da geometra costruite in qualsiasi punto venisse in mente, a spregio di qualsiasi piano paesaggistico e buon senso.

E’ sconfortante, nel piccolo paese di Revello, vedere come vi sia una netta divisione tra la parte dei ricchi con le case medioevali restaurate ed i giardini meravigliosi (****) e la parte dei non-signori, chiamiamoli così, con la casa da geometra possibilmente il più vistosa possibile.

Stesso scenario andando avanti nella vallata. Da una parte l’elite in grado di integrare i suoi desiderata con l’ambiente, dall’altra i non signori con i cubi di cemento.

Il mondo dei vinti continua ad essere vinto, non più perchè muoia di fame ma perchè viene spossessato fino all’ultimo della sua eredità culturale che nessuno, da nessuna parte, gli ha spiegato possa essere importante.

Ci sono cambiamenti? Si, ci sono cambiamenti. Dai pionieri dell’Achillea ai giovani che mettono su il caseificio cercando di aggregare le forze locali. Sono i pionieri che cercano di integrare l’eredità ed il patrimonio locale nell’oggi. Dalle iniziative di valorizzazione dell’artigianato locale ad iniziative che sono si profondamente basate sul territorio.

Non nella nostalgica rievocazione di un passato ricco di fame e povertà. Una rievocazione che inumidisce l’occhio al fighetto ma fa poco altro per il territorio ed i suoi problemi. Non arricchisce, non modifica nulla limitandosi a rievocare un’epoca dell’oro mai esistita ed un qualcosa che è un pochino diverso. (*****)

E cosa irrita in maniera pesante è che il loro sforzo quotidiano di portare il discorso legandolo al territorio non venga calcolato neppure con mezza riga sul bolletino da fighetti che è spesso Repubblica.

Non vi stupite a questo punto che quel territorio sia pesantemente andato alla Lega, non vi stupite se non vi sarà di certo a breve un recupero di quella parti.

E qui andiamo sulla storia di famiglia: il fatto di avere avuto un nonno, iscritto al PCI, che decise di effettuare il ritorno alla natura ed al territorio con circa 40 anni d’anticipo sui tempi. Morale fu una storia di fame e povertà assoluta. In questa storia s’inserisce l’epica figura della mia bisnonna che, di fronte al commissario del popolo che le chiedeva come stessero “le nostre vacche”, con nostre nel senso di collettive, rispose rifilandogli in mano il secchio da mungere.

Ecco, quel pezzo di Petrini, e quell’iniziativa mi ricordano molto quel commissario del popolo. Peccato non avere un tridente da dargli in mano.

(*) Ad occhio erano 50 grammi per un costo di 80 euro al kg, circa.

(**) Dodici ore al giorno circa. I parroci più stronzi suonavano il primo molto presto ed il secondo molto tardi.

(***) La cumba è il torrente, il cumbal la vallata

(****) E ci mancherebbe anche

(*****) Vorremmo ricordare l’immortale aneddoto narrato da un locale che possiede un allevamento di polli: visto che i turisti erano già in caccia dei “sapori originali”, alcuni transumanti comperavano da lui i polli adulti, li liberavano in montagna, e li vendevano come galline ruspanti.

Pubblicato il 21 giugno, 2009, in Italica, Life, Universe and Everything, Politica, Riflessioni con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. sappi che hai tutta la stima del moroso qui a fianco:) (che non bazzica molto si SN ma si fa raccontare cosa accade. Su sta cosa del ritorno ai sapori e di tutto l’indotto connesso abbiamo discusso un numero di ore ormai indefinito (che io vorrei ancora di vederci del buono, non so come, non so dove)🙂

  2. aggiuntina: il moroso è fiorentino doc, puoi immaginare che due marroni glassati ormai si è fatto sul rispolvero della tradizione toscana ad uso e consumo rotativo di jap, britannici e ammerricani.🙂

  3. Mi ha fatto piegare l’espressione “marroni glassati”😀
    ‘fettivamente, considerando la Toscana, non oso pensare che smandruzzamento gli possano aver fatto😦

    Sulla questione sapori, ormai sono convinta sia un purissimo business con una grossa pecca: non appena un negozio/ristorante viene segnalato sulle guide abbassa la qualità ed aumenta i prezzi😦

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