Dentro la capoccia di Steve [vedasi alla voce libro]

Ovvero “Inside Steve’s Brain”.

Tema del libro è come funziona il processo creativo di Apple e quale sia il ruolo di Steve Jobs nella definzione del prodotto. E’ scritto da un fanboy e un po’ risente di questa cosa in quanto dipinge il prodotto sempre come bello, buono e fighissimo. Diciamo che uno sguardo un minimo più disincantato e meno da seguace di religione aiuterebbe.

Il libro è interessante non tanto per capire come funzioni la capoccia di Steve ma per capire come viene definito e quali sono le linee guida che portano a all’Ipod come all’Iphone o al MacAir.

Da quel che ho letto e capito, i principi ispiratori sono due la famosa e famigerata “User Experience” e l’estetica.

Debbo ammettere che, giudicando da quanto ho in mio possesso, la UE non può che essere definita superba. Talmente buona che se uso il MAC per un po’, faccio fatica a riabituarmi a Windowz pur usandolo da anni.

Non perchè abbia un qualsiasi principio religioso-informatico che mi porti a dire che “Win è il male” ma perchè su un purissimo piano di usabilità OS-X è migliore e, nella maggior parte dei casi, ti porta a fare le cose in maniera più semplice e con meno sforzo.

Tutto ciò senza parlare del PPPhone che, pur funzionando a pene di segugio come telefono, fa splenedidamente bene tutto il resto. E lo fa talmente bene da imporre la stessa modalità a tutti gli altri. Peccato che il resto manchi di un qualcosa, peccato che anche il più studiato tra i cloni non arrivi a quel livello di semplicità.

Il perchè, spiega nel libro, è la cura maniacale per i dettagli e la rimozione di qualsiasi feature che possa essere complessa, confusa o via discorrendo.

la seconda spiegazione di perchè questi oggetti siano al top, pur con tutti i difetti, è nel fatto che la UE è basata su un punto fondamentale: l’utente finale non sa cosa vuole, non è in grado di prevedere quali siano le sue esigenze in un campo ancora inesplorato.

Il primo che arriva gli fornirà una mappa con cui orientarsi e su cui costruire la sua esperienza e definire i suoi bisogni. Se faccio una paragone tra la configurazione di un account per la sincronizzazione della posta Exchange con Win Mobile e PPPhone, il primo mi richiederà enne noiosi e lunghi passaggi, il secondo due dati e un click.

A quel punto, se anche il primo fosse qualcosa di semplice non lo sarà mai abbastanza confrontato al secondo. La mappa dei bisogni, prima limitata al semplice “Definire l’account” diviene “Definire l’account nel modo più semplice ed intuitivo”. Le quattro videate del mobile hanno perso rispetto ai due/tre parametri richiesti dal PPPhone la UE, a questo punto, può essere solo ridefinita partendo dal vincitore.

Detto ciò, dal lato utente, mi lasciano totalmente indifferenti le polemiche che si scatenano in questi giorni negli USA anche perchè o PPPhone ultimamente mi funziona persin come telefono per cui ho problemi a capire(**)

Il secondo punto è l’estetica. Il mio caro Librarian, al secolo HP Pavillon, sembra un carciofo messo a confronto con Genghiz Cohen the Mac, al secolo MacBook 13”, e non solo sembra esteticamente svantaggiato ma sembra pure appartenere all’anteguerra (*)

Genghiz è design, Librarian è funzione. Il problema è che entrambi dovrebbero adempiere alla stessa funzione

La forma è la sostanza in pratica e il meno diventa la maggiore feature.

L’ultimo punto, quello che tiene assieme tutta la struttura. Quello dotato di carisma, caratteraccio (**), paranoia, genio ed intuizione è Jobs.

Lui è Apple, lui è quello che cuce assieme i pezzi.

 

(*) Gli ultimi Hp sono più simili a Genghiz, occorre dirlo.

(**) Alcune cose non ho capito perchè debbano venire definite negative. Il fatto di non sopportare la stupidità non lo vedo come “negativo”, è un semplice dato di fatto che se hai un certo tipo di mente fai fatica a capire perchè altri non c’arrivino.

Pubblicato il 5 agosto, 2009 su Libri, Realta', Tennologie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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