Vittime senza parole

Ci sono donne senza parole, donne che non hanno parole per narrare la loro storia, per dire cosa sono state e cos’hanno vissuto.
Donne su cui la violenza è passata, pesante e terribile ed ha lasciato moncherini di vita, qualcosa da cui ripartire e poco d’altro.

Le storie sono vere, i nomi son cambiati ma chiamiamole Giovanna, Maria e Pina. Le storie arrivano dalle diverse esperienze nel sociale e nel volontariato

Bambine, donne, adolescenti unite da essere state brutalizzate in tutti i modi possibili.

Giovanna ha dieci anni, grandissimi occhi azzurri, un fisico da bambina di sei anni. Giovanna vive in una soffitta, sopra le case della gente normale, in un condominio vicino a Torino.
Ha problemi a scuola, non sa fare un disegno, no sa giocare, non ha amiche, non ha relazioni.
Un padre tossico, una madre che probabilmente fa la prostituta. In cura dallo psicologo, in quella fase delicata che è il passaggio verso l’affidamento.
Giovanna è stata fatta prostituire. Ha i segni orrendi della violenza, dell’aver visto a 10 anni cosa non dovresti sapere neppure ad 80.
Girare con lei è strano, è affrontare ogni giorno la sua violenza, i suoi segni.
E’ quando ti indica qualcuno e ti dice “Sai mi hanno fatta andare con quel signore”, è quando sessualizza ogni cosa, è l’incapacità di essere ancora bambina.
Giovanna è spezzata, un albero con dei moncherini che si tendono e non ha parole. Non ha le parole per dire il suo dolore.

Ha solo paure: paura di non tornare in famiglia, paura di essere da sola.

PAURE.

Ha poco d’altro e solo un lungo, lunghissimo lavoro le restituirà la possibilità di vivere serena.
Ma non le restituirà mai l’infanzia.

E’ una violenza terribile la sua. Una violenza che nasce dal degrado, dall’ignoranza, dalla prevaricazione.
La violenza di chi l’ha venduta, di chi l’ha comprata, di chi era attorno e ha fatto finta di non vedere nulla o girarsi dall’altra parte.

Katia ha 35 anni quando suo marito, alcoolizatto, cade in un burrone e rimane paralizzato. Sono assieme da 10 anni, botte, violenze, urla. Due bambini, un lavoro e quel marito a casa.
Un marito che la picchiava sin da quando erano fidanzati, se ne andava, tornava con la promessa di cambiare.
E non cambiava mai, mai.
Botte, alcool, lavori sempre diversi.
Katia, quel giorno dell’incidente riprende a vivere. Riprende a camminare, a fiorire.
Non se ne sarebbe mai potuta andare perchè la tradizione antica ti lega, ti lega anche se c’è la violenza, ti lega anche se vuol dire andare a vivere quasi agli alpeggi.
La famiglia patriarcale non ha pietà, nessuna pietà per le sue donne, a parte la matriarca. Sono piccoli pezzi, tasselli incollati senza altro posto dove andare.

TRADIZIONE, FAMIGLIA.

Perchè l’uscità, la fuga dall’orrore portano alla malmarià (malmaritata), la donna che ha fallito il suo primario compito di moglie.
Una violenza antica come le montagne, una violenza che porta il nome di tradizione.

Martina ha 13 anni. Segue i corsi del doposcuola dove l’aiutano a fare i compiti.
E’ piccolina, minuta, spesso triste.
Un giorno arriva, entrambe le braccia ingessate. Non vuole parlarne, non vuole accennare a cosa sia successo.
Una persona riesce a farla parlare: suo padre l’ha gettata dalle scale.
Un padre padrone violento, aggressivo, sopra le righe. Un padre che può disporre della vita della figlia perchè è una cosa di sua proprietà.
Per Martina non si può fare nulla, lei non può denunciare, la scuola non è presente in quel momento ed ha accettato la “caduta accidentale”.
Peggio è però chi decide di non sporgere denuncia perchè “non si rovina così una famiglia”.
Giusto, roviniamo così una persona.

TRADIZIONE, FAMIGLIA, BENPENSANTI.

Martina sparisce, di lei non sappiamo più nulla. Tranne il ricordo di quelle braccia ingessate e quello sguardo triste.

Alessia è una donna colta, vivace, reattiva. Sta separandosi e, una sera, suo marito le arriva a casa.
Nasce una lite e lui la sbatte a terra, facendole battere la testa contro il tavolo.
Va al pronto soccorso, tredici punti tredici per il taglio.
Decide di denunciare, va a sporgere denuncia.
La risposta di chi riceve è agghiacciante: “Non vorrà rovinare una persona per una sciocchezza simile?”
Sciocchezza, tredici punti, violenza insensata, aggressione.
Viene bloccata, fermata nel chiedere giustizia. Non c’è giustizia se ti hanno aggredita e quasi ammazzata.

BRAVE PERSONE, STUPIDITA’

Alessia si riprende, va avanti. Si sposa di nuovo ed ha un matrimonio felice.
La sua è l’unica storia a lieto fine. una storia di rinascita e di come si sconfigga la violenza.

Di me, dello stupro, del doloroso processo per uscire e lasciarsi dietro i segni della violenza non parlo. Quei segni e la memoria rimangono.
Ma c’è un momento in cui non ti senti più sporca, violata, in colpa. C’è un momento in cui tronchi il legame malato con l’evento e vai avanti.

Perchè troncarlo, tagliare quel legame è l’unico modo per rinascere e tornare a vivere, per smettere di essere vittima.

Rinascere, vivere, tornare a sorridere. Anche se quelle cicatrici rimangono, non fanno più male e non ti impediscono di vivere.

Io ho conquistato le parole per dirlo ma, in molti casi,  chi ha subito violenza è incapace di dirlo, è vittima senza parole.

Pubblicato il 19 novembre, 2009, in Femminile-maschile, Life, Universe and Everything, Riflessioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.


  1. senza parole, ma davvero.
    mi sento inadeguata e fuori posto davanti a tragedie simili. Soprattutto quando scopro che hanno riguardato un’amica. Che adesso mi pare donna ancora più splendida e ammirevole.
    ti mando un abbraccio.

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