Forse solo un sogno (di cose che piace leggere)

Stavo leggendo questo articolo su la Stampa relativo a chi lascia per tornare a fare gli antichi mestieri.

In questo caso di chi è tornato su in montagna per iniziare una vita nuova, a fare cose nuove.

Sono cose che trovo belle, un segno di speranza, il segno che c’è ancora voglia di trovarsi a vivere a contatto con i ritmi della natura.
Ma, al tempo stesso, è un qualcosa che mi lascia sempre delle domande, dubbi.

Un po’ perchè ho avuto un nonno che, con circa 70 anni d’anticipo, decise di lasciare i ritmi dell’industria per ritornare alla terra. La cosa fu sufficientemente disastrosa (*) nonchè tramandata nelle generazioni a venire come “cosa da non ripetere”.

Ora io sarò nipote di mio nonno ma posso capire cosa l’abbia spinto, posso capire cosa sperasse potesse uscire da quell’esperimento.
Posso capire come quella terra e quei ritmi abbiano un fascino potente ed ancestrale.
Al tempo stesso so anche che quel settore sta cambiando pesantemente, andando verso dinamiche che cercano di tagliare la filiera andando direttamente al consumatore.

A Revello è nata da poco una cooperativa di produttori che han scelto di vendere direttamente. E’ meraviglioso mangiare le fragole raccolte tre giorni prima e pagate molto di meno rispetto al supermercato sotto casa. Stessa cosa per le zucchine che rimangono a prezzo pieno per un giorno perchè il giorno dopo, non essendo più fresche al 100%, passano ad 1 euro al kg (*).

Modalità nuove, mondi nuovi che si aprono.

Qualcosa di cui si parla poco a meno che la cooperativa XYZ decida di fare agricoltura cibernetica o mettersi a retwittare delle rivolte nei paesi arabi.

Eppure noi dipendiamo totalmente dalla terra e ignoriamo totalmente in che stato versi l’agricoltura italiana (**), ignoriamo anche i meccanismi che possano portare o meno a tornare alla terra.

Nell’articolo leggo di fondi, esperimenti, esperienze. Tutte cose che è difficile trovare in giro, di cui non si parla.

Eppure lì è in gioco parte del nostro futuro, lì esiste la possibilità di qualcosa di nuovo, qualcosa che riporti a ritmi antichi (***), riporti a contatto con la terra e la natura.

Alcuni han scelto di farla, io ho stampato dentro il “non si fa”. Ma ciò non toglie che rimanga dentro, quasi una maledizione genetica, quel sogno andato male e passato attraverso le generazioni

(*) Quando mi han spiegato la ragione stavo per piangere dalla commozione.
(**) pessimo, è in crisi. Le cooperative nascono perchè le pesche che pagate 3 euro al kg costano 20 cent alla fonte.
(***) con ciò non si intende che sia tutto una figata: la terra è bassa, gli animali han fame alle 4 del mattino e tagliare i rovi è noioso (a meno che vogliate usare dissecante e avvelenare la terra)

(*) Tornare alla terra subito dopo la seconda guerra mondiare spostando la famiglia dalla città fu un pelino disastroso. Un po’ perchè quello era “Il mondo dei vinti”, un po’ perchè mio nonno era comunista e il primo risultato una sorta di ostracismo da parte di chi poteva dare lavoro o comprare prodotti.

Pubblicato il 19 giugno, 2012, in Diaristica, Italica, Realta', Riflessioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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