Affrontare il drago (parte 2)

Qualche mese fa avevo parlato di cosa volesse dire scoprire di avere una malattia cronica.

Sono passati i mesi e debbo dire che il drago si è rivelato una di quelle situazioni critiche che ti svoltano la vita.
Nel senso che devi proprio cambiare abitudini e devi adottare uno stile di vita più sano.

Per cui via alcoolici, carboidrati misurati, dieta sana e movimento.
Perchè il drago non arriva da solo ma accompagnato da una serie di valori sballati.

Adesso siamo riusciti a riportarlo sotto controllo e abbiamo 13 kg di meno.
Il che vuol dire meno problemi di schiena e giunture varie e maggiore leggerezza nel muoversi.

Vuol anche dire che ho dovuto imparare a valutare cosa mangiavo e cosa contenevano i cibi che acquistavo.

Ed è stata una scoperta.
Ho scoperto che molti cibi che dovrebbero essere “salutari” contengono carrettate di grassi saturi o di zucchero.
Con mio sommo stupore ho rilevato fino al 20% di zuccheri per etto di cibo o il 50% di grassi.
Il peggio sembrano essere i cibi gluten free o vegani dove il grasso saturo abbonda.

Per dirla in parole povere, senza scadere nella propaganda salutista, evitate il glutine ma vi foderate le vene di colesterolo.

Il drago è in aumento e, visto cosa ho notato nei cibi, non mi stupisce. Semplicemente è l’effetto paradossale dell’essere salutisti a tutti i costi.

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Affrontare il drago (parte 1)

Wisdom’s a gift, but you’d trade it for youth
Age is an honor, it’s still not the truth
We saw the stars when they hid from the world (Steps, Vampire Weekend)

Ci sono periodo un cui tutte le magagne sembrano venire a galla, ovunque ti giri sembra esserci un problema.

Alcuni meno seri, altri seri, alcuni che scopri per caso.
Il fatto che vengano fuori, a prescindere dal chiamare la cosa sfiga, non è di per se stesso negativo perchè ti permette di andare avanti e di risolverli.

Sabato, più o meno a sorpresa, è spuntato il drago. Non era del tutto inaspettato ma non te l’aspettavi così grosso.

S’inizia la mattina andando a fare le analisi del sangue. Nulla di eccezionale, nulla su cui costruire un’epica.

Poi la storia prende una piega diversa.

Sono le ore 15.25, stai facendo la pennica quando suona il telefono. Guardi e vedi un numero di Torino,, un numero che non ti suona call-center.

Rispondi.

Una voce molto da signora ti dice di essere la d.ssa Xyz del centro di analisi. Saluti e chiedi come mai ti stanno chiamdando.

Sempre con molta calma e tranqullità ti viene risposto che hanno fatto le analisi e c’è un valore sballato, tanto sballato e che ti stanno avvisando perchè c’è di mezzo il we ed è meglio che inizi da subito a cambiare qualcosa.

Sei sveglia in pieno, sarebbe strano il contrario, e chiedo quale sia il valore.
La risposta è una e ti porta dallo stato “persona che ha dei problemucci di salute” a “persona con un problema serio da risolvere”.

Passi da 0 a sentirti dire che hai addosso il killer silenzioso, un killer che si chiama diabete.

il primo passo è, più o meno, elminare tutti i dolci, razionare frutta e pane.
Il resto sarà deciso domani dopo aver parlato col dottore.

E’ il primo passo nella lotta contro il drago, altri passi verranno.
E tra un po’ saprai se il drago è diventato parte di te oppure hai avuto un picco.

Passi e la vita che si ribalta.

Passi e il primo è iniziare a capire il drago per stabilire come lottare al meglio

Respect (oziose considerazioni sui tempi che cambiano)

Durante il weekend si parlava di un conoscente di famiglia che lavora in una delle grandi aziende del mondo social, posizione executive.
Quelle aziende grandi, quelle con la sede nella Silicon Valley.

Si parlava in famiglia di una situazione che per molti è nuova: il downsizing.
Il conoscente, di fronte alla scelta di salita di carriera con maggiori responsabilità e destinazioni tipo San Francisco, ha scelto di fare un passo indietro.
Ha fatto il cosiddetto downsizing, lasciandosi alle spalle il rutilante mondo e preferendo prendersi un periodo di riflessione.
Del futuro non sa ancora, forse una startup.
Per adesso dice che sta tanto bene a casa a fare il casalingo.

La situazione, vista dall’italico mondo, è decisamente inconsueta. Talmente fuori dall’ordinario da essere vista come un’anomalia (*).

Eppure, anche in Italia, non è il primo caso che sento.
La scelta è tra qualcosa che non riesci più a fare, che ti riempie di angoscia e il cercare di vivere meglio.

Stamattina leggo invece di Marissa Mayer e di “lavorare 130 ore la settimana“. [NOTA: non ha detto proprio questo. Potenza delle pessime traduzioni, il pezzo originale è qui]

Ora, teniamo da parte considerazioni su pianificazione della pipì e delle docce, si vorrebbe serenamente far notare che la sig.ra Mayer ha ciccato in pieno con Yahoo.

Nella mia testa mi trovo perciò uno che si sta trovando benissimo a fare il casalinguo, pur avendo avuto una posizione di pieno successo, e dall’altra una che ha cannato alla grande e che ciancia di 130 ore la settimana.

Provo invidia e rispetto per Ms 130-ore? per nulla

Ammirazione e rispetto per chi ha fatto downsizing? Alla grande.

La prima mi pare una scelta “vecchia”, si è sempre fatto così. La seconda è nuova, innovativa, un cambiamento radicale.

Dimenticavo Mr Downsizing ha 50 anni, un’età in cui è facile sentirsi in catene perchè, sarà realismo o sarà paura, si è terrorizzati dall’affrontrare strade nuove perchè-non-si-sa.

Le cose nuove portano aria nuova. Possiamo dire ai ns giornalisti di smetterla di parlare di vecchiume e iniziare a parlare di cose realmente innovative ?

(*) E’ da dire che in Italia, con un normale ruolo, la posizione sarebbe definità “disoccupato”

I dannati della terra locali

in questo periodo faccio fatica a reggere i piangina nazionali, gli “a noi italiani niente”.

Faccio fatica perché vedo tanto piangersi addosso, tanto ricordare quanto sia disperata la loro situazione e ho la sensazione che ci sia poco darsi da fare per migliorarla.

Facciamo un esempio: sei una trentenne disoccupata e senza soldi. Scrivi un post su Facebook lamentandoti di qualcosa tipo “Non mi fanno entrare al cimitero col cane”.

A naso sarebbe una questione innocua, un tema buono per passare il tempo e dividersi tra pro/contro e vai coi carri.
Nulla di speciale.

Peccato che si tiri subito in ballo che il cane al cimitero non può entrare ma una zingara può chiedere la carità sullo spiazzo adiacente.

A parte il non sequitur tra “il cane non può entrare la cimitero” e “la zingara può chiedere la carità”, la frase viene scritta in italiano improbo.

Nasce una discussione che si divide in due rami: il cane e la zingara.
Nel primo ramo abbiamo ancora lampi di civiltà e di discussione sensata.
Nel secondo esce il peggio del peggio compreso il pirla di turno che, con mentalità da far invidia ad un nazista anni ’30, propone di andare a far mordere la zingara dal suo pit bull (*)
Il tipo non ha mai incontrato la zingara, non ha mai saputo della sua esistenza fino a due secondi prima. Non sa neppure che faccia abbia e, nel caso, si ingegnerebbe anche a far mordere una qualsiasi passante perché tanto non saprebbe riconoscerla (**).
Non sono cose che puoi spiegare a questo tipo di italico-piangina, l’unica è segnalarlo per “hate speech” e sperare che emigri per lavorare in qualche miniera remota.

Ricapitolando: un fatto assolutamente risibile diviene l’occasione per dar sfogo al pianginismo italico.
Non per qualsiasi legame con il fatto ma perché è uscita la parola zingara.
Fino a qui il pianginismo è stato limitato, più razzismo che pianginismo.

Qualcuno però “osa” far presente che nessuno è mai morto se il cane non entra al cimitero e se non hanno qualcosa di meglio da fare.
Non l’avessero mai fatto.
Inizia un coro a varie voci sul tema “Noi siamo disoccupati, non abbiamo i soldi per piangere” (***) e un crescendo di pianginismo perché “siamo italiani non ci danno un centesimo“(***) fino all’apoteosi di “Chiedere carità e reato. Io visto Tv”. (all’io visto TV mi son venuti in mente gli indiani dei film degli anni ’30).

Il tutto massacrando buon senso, grammatica e essendo anche un pelino difficili da leggere perchè, in assenza di virgole, entri in apnea prima di finire la frase.

Mentre leggo mi vengono in mente alcune cose vaghe tipo “Se sei così in bolletta l’adsl e il computer per andare su Facebook come te li mantieni? A botte di tirate sui ROM ?”
E ancora “Hai un cane che mangia un kg di carne al giorno. O quella povera bestia è diventata vegana o vai in giro con l’arco a tirare ai piccioni”.

Di base mi rimane però un’idea di base ossia che senza preparazione, cultura e le basi non vai da nessuna parte.
Possono fare tutti gli xxx-act che vogliamo ma questa gente ben difficilmente troverà una sistemazione perchè gli mancano tutti gli strumenti. A partire dalla scrittura di un CV (****)agli strumenti necessari per affrontare il mondo attorno o per cercare un lavoro.
All’ignoranza totale di cosa sta succedendo che fa si che si sentano vittime di tutto e tutti. Un po’ è vero perchè di squali e sciacalli che ci marciano ce ne sono a bizzeffe ma il vittimismo non serve a trovarti un lavoro o a costruirti un futuro.
Un vittimismo che impedisce di capire che il primo sforzo deve essere personale, deve essere nel migliorarsi.

L’economia li da perdenti perchè non sono competitivi rispetto ad un qualsiasi immigrato che sia qui da almeno un paio di anni (*****). Un certo populismo li vuole vittime e perdenti perchè solo così prospera.

Però il primo passo spetta a loro e solo loro possono tirarsi fuori dall’ignoranza e dalla miseria (Non parliamo di senso figurato, sono proprio ignoranti e poveri sia in senso umano che materiale).

Ben vengano i redditi di cittadinanza e le iniziative per aiutarli. Ma che questo sia soggetto a richieste di miglioramento e iniziative.

A meno di volere l’ennesimo populismo o la distrubuzione del grano di età imperiale.

(*) Qui ci sarebbe qualcosa da dire su quel povero cane. I pitbull hanno pessima fama per colpa di padroni idioti e l’idea di un cane addestrato a mordere fa paura, soprattutto se in mano a un cretino
(**) L’ho vista. E’ una signora di circa 50 anni bionda, vestita con jeans e maglione. Di sicuro potrebbe essere chiunque
(***) Un sacco di virgole sono state maltrattate durante la scrittura di questo post e la grammatica è scesa in sciopero durante il thread iniziale
(****) Immagino che roba tipo “Io andato scuola media. Io preso diploma” non faccia grande impressione
(*****) Di sicuro conosce meglio l’italiano
 

Tu sei ciò che testimoni

Ci sono periodi di introspezione.
Periodi colmi di letture e pensieri e di momenti di revisione.
Momenti in cui ti tornano in mente due parole sentite tanto tempo fa: “La bella condotta”. Bella, un comportamento bello. L’amore per la bellezza, fare della propria vita un capolavoro. (*)
E pensi agli anni spesi riflettendo su questo o quell’altro. E per ”riflettendo“ intendo quel processo intimo che ti porta o avvicina ad un risultato, un modo di essere
Non ho mai chiaro cosa sia la bellezza, ho molto chiaro cosa sia la bruttezza. La vivo nella negazione dell’altro come persona, negando l’altro come essere distinto ed umano ma rendendolo unicamente aggettivo, sagoma di cartone, bersaglio.
L’altro come non-persona.
Levinas parla del volto che scatena la reazione. Negando l’umanità dell’altro ne nego il volto ma, al tempo stesso, ledo e ferisco il mio volto ed il mio spirito.
Per come la vedo devo conoscere il mio bisogno per capire quello altrui. Capire se è capriccio momentaneo, necessità o desiderio. E capire cosa mi venga chiesto in quel momento.
Ho trovato in giro questo e mi veniva in mente come possa essere un esempio di bella condotta
allora l’altro, cesserà di essere semplice “oggetto” destinato a essere condotto alla “mia” verità, unica e universale e diverrà “soggetto” da accogliere nella sua unicità, con la “sua” verità. La verità allora non sarà senza l’altro, né tantomeno contro l’altro, non sarà imprigionabile in categorie giuridiche o in affermazioni dogmatiche, ma troverà spazio nella storia grazie all’incontro tra diversi, tra stranieri che scoprono la possibilità di una comprensione e di una relativa comunione proprio perché accettano di non essere “padroni di casa”, detentori del Senso, proprietari della Verità. ” (E.Bianchi)
Viviamo in tempi di Verità e Valori assoluti, in tempi in cui una sola modalità, un solo modo di essere, un solo modo di agire sembrano essere possibili.

Viviamo in tempi in cui almeno due religioni sono diventate fatto politico, asserzioni di valori e ortoprassi.
Cristianesimo ed Islam ridotte a sinonimo di militanza politica e non di cammino spirituale, ad annuncio di iniziativa legislativa e non ad annunzio o testimonianza di un rapporto con quanto va oltre.

Oggi l’anti-qualsiasi-tipo-di-religione sono essenzialmente asserzioni politiche.

Perché nell’asserzione del Valore Unico, della Modalità unica possono solo essere e vivere istanze assolutistiche.
Se il mistico rappresenta il massimo grado di libertà nel suo andare oltre, la religione “sociale” rappresenta il minor grado di libertà possibile mandando totalmente di qualsiasi afflato spirituale.

E mancando di bellezza.

Mancando di quel cammino che è fatto di silenzio, riflessione e solitudine.

E allontanando, dimenticando quel momento in cui scendi dentro di te e ti poni i perché, cerchi il senso delle tue azioni. E cerchi di identificare le correzioni da apportare. Alla ricerca di un senso più’ profondo da dare alla propria vita che vada oltre la semplice apparenza o il semplice correre dietro al tempo e agli impegni.
Quel momento che ti aiuta ad andare oltre, a cercare di non apparire belli ma esserlo.
Alle volte si soffre per una cosa poi ci si rende conto che quell’evento ti apre uno spazio di cambiamento, ti obbliga a stare in silenzio ed alla fine in quello spazio il silenzio diventa dono.
Con gli anni ed i casini ho sviluppato questa teoria: dietro ad ogni bruttura, dolore c’è la possibilità della bellezza, della gioia. La cosa brutta che ti è successa o hai visto crea le fondamenta per guardare dentro di te e cercare di capire se quel seme di orrore ce l’hai pure tu. E se lo trovi cercare di renderlo innocuo.

(*) Anni di Bose lasciano memorie di frasi e concetti

Portarsi avanti coi lavori (del Natale e dei contrari)

NOTA: ripiglio il post di un anno fa e mi porto avanti coi lavori sapendo che da una parte ci sarà il blah Natale-famiglia-ecc e dall’altra il blah “che-schifo-il-Natale”. Tiro una pietosa termotrapunta sulle polemiche relative agli auguri.

Trovo insopportabile la retorica e, spesso, trovo insopportabile anche l’antiretorica.

Trovo insopportabile la retorica del Natale e, al tempo stesso, trovo insopportabile l’antiretorica del Natale. Perchè entrambe nascono dal dare un valore assoluto a qualcosa, ad un periodo, a dei simboli.

Un dare valore privo dell’oggetto centrale di festa religiosa.

Trovo insopportabile la retorica del “Tu scendi dalle stelle” ma, al tempo stesso, trovo na palla assurda la questione Saturnalia/Sol Invictus.
Un nome è un nome e, se qualcuno tira fuori la storia del Sol Invictus, minimo minimo m’aspetterei che vada ad ammazzare il toro in qualche Mitreo (*)
Se poi vogliamo dare un nome alla cosa, si chiama sincretismo echissenefrega di cosa festeggiassero duemila anni fa a fine dicembre.
Oggi chiamiamo il 25 Dicembre Natale e questo basta.

E mi ha rotto la retorica del “Winter holidays” o come cazzo le si voglia definire. Perchè è vero che Hannukah, Yule e altre feste cadono nello stesso periodo invernale ma hanno significati profondi ben diversi.
Chiamiamo le cose col loro nome e ricordiamoci che un augurio è qualcosa di benevolo, non un insulto o una maledizione.

E odio la retorica di “Che schifo le feste”. Eccheduegonadi.
A me piacciono le luminarie, lo scegliere i regali, il panettone o i Lebukuchen e Stollen che siano, mi piace girare per i mercatini e le luci, le tantissime luci.
Mi piace guardare gli alberi con le luci ad intermittenza nella notte.
Mi piace aprire i regali e vedere la faccia degli altri mentre li aprono.
Mi piace l’idea di un giorno in cui tutto si fermi, rispetti la stagione del silenzio e del riposo.
Mi piace l’idea che sia arrivata la festa invernale, qualsiasi sia il significato che gli si vuole dare.

E mi piace l’idea che si possa tornare bambini, spalancare gli occhi di fronte a qualcosa di favoloso o sognante.

Lontano dalle retoriche del Natale e dell’Antinatale.

(*) Per pietà si tralascia il fatto che il “Solinvictaro” è di solito piuttosto antimilitarista. Mitra era una divinità molto popolare tra le classi militari e la cosa mi fa un po’ ridere

Where have all the flowers gone ? (di capitali umani spariti)

Sto guardando in tv un documentario su Adriano Olivetti.

Ho avuto la fortuna di conoscere gente che aveva avuto la grandissima fortuna di lavorare con questa persona straordinaria e gente che aveva lavorato nella sua Olivetti.

C’è una domanda che mi gira nella testa e un punto interrogativo che diventa sempre più grosso mentre vado avanti nella visione: “Dove è finito quel genere di persone?”

Questa è la gente che ha fatto dell’Italia uno dei primi paesi del mondo, gente che non aveva paura di sognare, di avere una “visione” del mondo, di giocarsi in prima persona.

Se mi guardo attorno mi chiedo se ci sia e da dove potrebbero spuntare oggi un Adriano Olivetti  (*).

Saranno le condizioni generali, sarà l’apatia che ha colpito questo paese, sarà il periodo storico ma di personaggi come Olivetti in giro non ne vedo.

Vedo populisti a la Grillo, tanti blah blah e idee basate non si sa bene su cosa ma di sicuro non su una qualsiasi competenza (*), oppure giovani a la Renzi che, a parte il discorso del cambiamento generazionale, non ho ancora capito dove stia e cosa voglia(**).
Queste sarebbero le parti nuove.
Di cosa c’era già evito di parlare perchè non mi è ancora pervenuto nulla che suoni come “Visione del mondo”.

E’ tutto un gran parlare di minuzie, tecnicismi, contestazioni sulle virgole o maldipancismi furenti (***)

Manca qualcuno che sappia portare una visione innovativa e abbia le forze per attuarla.

Il problema è che questo non è solo un paese di vecchi dominato da una gerontocrazia, è che non ci sono innovazione vera, idee fresche, una visione del futuro.
E, soprattutto, non c’è la speranza che ci possa essere un futuro degno di questo nome.

Siamo diventati un paese ridanciano ma triste, caciarone ma pieno di preoccupazioni. Un paese disperato che ignora qualsiasi cosa che possa essere legata a bellezza, futuro, sogno e speranza.

Un paese dove i giovani non hanno speranza in un futuro migliore è un paese che sta morendo.
Non muore solo per la corruzione e l’incapacità di rinnovarsi, muore anche perchè non riesce a pensarsi un futuro.

E’ come se avessimo disimparato a pensarci nel futuro, in preda ad un vuoto che è al tempo stesso depressione e impotenza.

Diceva Virginia Woolf che se uccidi i sogni uccidi le persone.
Noi non abbiamo più sogni e neppure desideri, li abbiamo sostituiti con bisogni veri o indotti.

Abbiamo scambiato il sogno di un paese più bello e migliore con il sogno di possesso delle cose (****) o dell’apparire ed essere degli influencer.

Gente come Olivetti credo che se ne sarebbe fregata del numero di follower o dello score su Klout. Era troppo impegnata a sognare il futuro e a realizzarlo. E realizzando il futuro cambiava la vita alle persone e cambiava le persone.

Noi abbiamo smesso di pensare in grande, di vedere in grande e di sognare in grande. E a lungo termine.
Siamo nell’adesso, nel contigente ma non vediamo noi nel domani, in quello che sarà.

Fino a che non riusciremo ad uscire dall’adesso, dal contigente e allargare gli spazi riprendendoci i sogni e il futuro non saremo in grado di avere altri Olivetti.

Dobbiamo tornare a SOGNARE di politica, di economia e di futuro. Sognare e non pensare perchè è solo dal sogno e dalle visioni slegate dal contingente che può partire la visione del futuro diverso.

E’ possibile ed è già stato fatto.
Olivetti, figlio di ebrei, sognava durante un periodo storico in cui se eri ebreo finivi ad Auschwitz.

Noi possiamo farcela ma dobbiamo reimparare a sognare.

 

(*) Olivetti era coltissimo e si circondava di giovani dalle menti eccelse.
(**) Non dico un progetto politico ad ampio respiro ma, visto che parla sempre di scoutismo, un progettino educativo sarebbe carino lo tirasse fuori.
(***) Vedi il Berly furente di ieri
(****) Momento Erich Fromm “Avere od Essere”