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Oziose riflessioni sul rosicamento nazionale

C’è un termine che va di moda negli ambienti di rete: “webete”. Ove per webete s’intenda colui che scrive a capocchia tirando in ballo argomenti quali  Renzi, migranti, economia qualsiasi sia il tema di cui si sta discutendo.

Il problema è che applicando un minimo di distacco critico cosa emerge non è solo stupidità pura (*) ma rosicamento.
Il webete medio non ha problemi di cervello (**) quanto di fegato. Non si sta indignando su fatti, si sta indigando perchè si sente come se l’avessero fregato in qualche modo.
Se X va a cena da Obama e magari ha vinto l’Oscar, un minimo di merito ce l’ha.
Di sicuro ha qualche merito in più di Pippuccio o Solare-e-un-po’-pazza che gli stanno vomitando addosso pezzi di fegato.
Il problema è che Pippuccio o Solare-e-un-po’-pazza han magari sentito parlare di meritocrazia ma non hanno la minima idea di che cosa sia. Se gli spiegassi che è il valore di cosa si fa in un determinato campo e che prescinde da sesso/età/nazionalità/razza e religione sarebbero stupiti e anche un po’ indignati.
Vuoi mettere che uno di quei negri sbarcati gli porta via il posto perchè è più bravo di lui e non basta essere italiani ?

Il rosicone nazionale è un perdente e lo sa. Ed è per quello che è indignato/arrabbiato/nostalgico. Sogna un passato che non c’è mai stato condividendo immagini ove si narra di anni ’30 mai esistiti (***), sogna un presente che non potrebbe esserci perchè, anche si tornasse alla lira, di sicuro non ritornano i pomodori a 500 lire ma, minimo, a 1.500 (****).

Il rosicone nazionale si beve qualsiasi baggianata ed è terrorizzato dal mondo scientifico, facendo finta di disprezzarlo, perchè non ha gli strumenti minimi per capire di cosa si stia parlando o cosa stia succedendo.

Nel medioevo gli affreschi servivano a sopperire all’analfabetismo. In un certo senso era più semplice spiegare le storie della Bibbia a fumetti, di sicuro non si preoccupavano di spiegare i voli teologici a fumetti. Già allora il rosicone antico aveva paura di cosa non era in grado di spiegare e, per fare più in fretta, chiamava l’inquisitore per riportare tutto a posto.

Il rosicone attuale non può farlo. Si trova in un mondo che non capisce, ad affrontare una realtà complessa che non sa spiegare e rifiuta in qualsiasi modo di acquisire strumenti per capirla.

In un libro di circa 30 anni fa Rifkin disegnava un futuro in cui elite culturali sarebbero state circondate da masse di ignoranti funzionali. Quel futuro è adesso.

Il domani sarà peggio perchè sta arrivando l’automatizzazione delle fabbriche e il rosicone, sprovvisto di strumenti, si troverà ancora peggio in quanto diminuiranno i posti di lavoro alla sua portata.

Cosa non mi è chiaro è come si sia passati da un sottoproletariato (*****)che voleva acquisire cultura, che parlava del padrone che sa 100 parole e tu ne devi conoscere altrettante, a un gruppo che condidera la conoscenza qualcosa da cui fuggire.

Il futuro di Rifkin è oggi. Se noi siamo le elite culturali, forse abbiamo anche il “dovere” di far qualcosa per ridare al rosicone fattezze e menti umane.

Sennò qualcuno si troverà come il protagonista di “Sono leggenda”: da solo, in mezzo ad una folla aggressiva, a pensare che è l’ultimo del suo genere, lui è leggenda.

(*) Quella non manca mai. Dopo 3 commenti 3 su Renzi diventi renziano sfegatato visto che lo descrivono con toni talmente grotteschi che ti diventa simpatico.
(**) Ha seri problemi di grammatica e ortografia ma questo è un altro paio di maniche.
(***) Nel periodo di “lira a quota 90” gli abitanti della terra natia di Pippuccio o Solare-e-un-po’-pazza mediamente facevano una gran fame e se provavano ad alzare la testa venivano pesantemente mazzulati.
(****) Lasciamo perdere altri discorsi tipo “quanto verrebbe a costare l’energia” perchè sarebbe un discorso troppo sofisticato.
(******) Il rosicone E’ il sottoproletariato di antica memoria

Respect (oziose considerazioni sui tempi che cambiano)

Durante il weekend si parlava di un conoscente di famiglia che lavora in una delle grandi aziende del mondo social, posizione executive.
Quelle aziende grandi, quelle con la sede nella Silicon Valley.

Si parlava in famiglia di una situazione che per molti è nuova: il downsizing.
Il conoscente, di fronte alla scelta di salita di carriera con maggiori responsabilità e destinazioni tipo San Francisco, ha scelto di fare un passo indietro.
Ha fatto il cosiddetto downsizing, lasciandosi alle spalle il rutilante mondo e preferendo prendersi un periodo di riflessione.
Del futuro non sa ancora, forse una startup.
Per adesso dice che sta tanto bene a casa a fare il casalingo.

La situazione, vista dall’italico mondo, è decisamente inconsueta. Talmente fuori dall’ordinario da essere vista come un’anomalia (*).

Eppure, anche in Italia, non è il primo caso che sento.
La scelta è tra qualcosa che non riesci più a fare, che ti riempie di angoscia e il cercare di vivere meglio.

Stamattina leggo invece di Marissa Mayer e di “lavorare 130 ore la settimana“. [NOTA: non ha detto proprio questo. Potenza delle pessime traduzioni, il pezzo originale è qui]

Ora, teniamo da parte considerazioni su pianificazione della pipì e delle docce, si vorrebbe serenamente far notare che la sig.ra Mayer ha ciccato in pieno con Yahoo.

Nella mia testa mi trovo perciò uno che si sta trovando benissimo a fare il casalinguo, pur avendo avuto una posizione di pieno successo, e dall’altra una che ha cannato alla grande e che ciancia di 130 ore la settimana.

Provo invidia e rispetto per Ms 130-ore? per nulla

Ammirazione e rispetto per chi ha fatto downsizing? Alla grande.

La prima mi pare una scelta “vecchia”, si è sempre fatto così. La seconda è nuova, innovativa, un cambiamento radicale.

Dimenticavo Mr Downsizing ha 50 anni, un’età in cui è facile sentirsi in catene perchè, sarà realismo o sarà paura, si è terrorizzati dall’affrontrare strade nuove perchè-non-si-sa.

Le cose nuove portano aria nuova. Possiamo dire ai ns giornalisti di smetterla di parlare di vecchiume e iniziare a parlare di cose realmente innovative ?

(*) E’ da dire che in Italia, con un normale ruolo, la posizione sarebbe definità “disoccupato”

I dannati della terra locali

in questo periodo faccio fatica a reggere i piangina nazionali, gli “a noi italiani niente”.

Faccio fatica perché vedo tanto piangersi addosso, tanto ricordare quanto sia disperata la loro situazione e ho la sensazione che ci sia poco darsi da fare per migliorarla.

Facciamo un esempio: sei una trentenne disoccupata e senza soldi. Scrivi un post su Facebook lamentandoti di qualcosa tipo “Non mi fanno entrare al cimitero col cane”.

A naso sarebbe una questione innocua, un tema buono per passare il tempo e dividersi tra pro/contro e vai coi carri.
Nulla di speciale.

Peccato che si tiri subito in ballo che il cane al cimitero non può entrare ma una zingara può chiedere la carità sullo spiazzo adiacente.

A parte il non sequitur tra “il cane non può entrare la cimitero” e “la zingara può chiedere la carità”, la frase viene scritta in italiano improbo.

Nasce una discussione che si divide in due rami: il cane e la zingara.
Nel primo ramo abbiamo ancora lampi di civiltà e di discussione sensata.
Nel secondo esce il peggio del peggio compreso il pirla di turno che, con mentalità da far invidia ad un nazista anni ’30, propone di andare a far mordere la zingara dal suo pit bull (*)
Il tipo non ha mai incontrato la zingara, non ha mai saputo della sua esistenza fino a due secondi prima. Non sa neppure che faccia abbia e, nel caso, si ingegnerebbe anche a far mordere una qualsiasi passante perché tanto non saprebbe riconoscerla (**).
Non sono cose che puoi spiegare a questo tipo di italico-piangina, l’unica è segnalarlo per “hate speech” e sperare che emigri per lavorare in qualche miniera remota.

Ricapitolando: un fatto assolutamente risibile diviene l’occasione per dar sfogo al pianginismo italico.
Non per qualsiasi legame con il fatto ma perché è uscita la parola zingara.
Fino a qui il pianginismo è stato limitato, più razzismo che pianginismo.

Qualcuno però “osa” far presente che nessuno è mai morto se il cane non entra al cimitero e se non hanno qualcosa di meglio da fare.
Non l’avessero mai fatto.
Inizia un coro a varie voci sul tema “Noi siamo disoccupati, non abbiamo i soldi per piangere” (***) e un crescendo di pianginismo perché “siamo italiani non ci danno un centesimo“(***) fino all’apoteosi di “Chiedere carità e reato. Io visto Tv”. (all’io visto TV mi son venuti in mente gli indiani dei film degli anni ’30).

Il tutto massacrando buon senso, grammatica e essendo anche un pelino difficili da leggere perchè, in assenza di virgole, entri in apnea prima di finire la frase.

Mentre leggo mi vengono in mente alcune cose vaghe tipo “Se sei così in bolletta l’adsl e il computer per andare su Facebook come te li mantieni? A botte di tirate sui ROM ?”
E ancora “Hai un cane che mangia un kg di carne al giorno. O quella povera bestia è diventata vegana o vai in giro con l’arco a tirare ai piccioni”.

Di base mi rimane però un’idea di base ossia che senza preparazione, cultura e le basi non vai da nessuna parte.
Possono fare tutti gli xxx-act che vogliamo ma questa gente ben difficilmente troverà una sistemazione perchè gli mancano tutti gli strumenti. A partire dalla scrittura di un CV (****)agli strumenti necessari per affrontare il mondo attorno o per cercare un lavoro.
All’ignoranza totale di cosa sta succedendo che fa si che si sentano vittime di tutto e tutti. Un po’ è vero perchè di squali e sciacalli che ci marciano ce ne sono a bizzeffe ma il vittimismo non serve a trovarti un lavoro o a costruirti un futuro.
Un vittimismo che impedisce di capire che il primo sforzo deve essere personale, deve essere nel migliorarsi.

L’economia li da perdenti perchè non sono competitivi rispetto ad un qualsiasi immigrato che sia qui da almeno un paio di anni (*****). Un certo populismo li vuole vittime e perdenti perchè solo così prospera.

Però il primo passo spetta a loro e solo loro possono tirarsi fuori dall’ignoranza e dalla miseria (Non parliamo di senso figurato, sono proprio ignoranti e poveri sia in senso umano che materiale).

Ben vengano i redditi di cittadinanza e le iniziative per aiutarli. Ma che questo sia soggetto a richieste di miglioramento e iniziative.

A meno di volere l’ennesimo populismo o la distrubuzione del grano di età imperiale.

(*) Qui ci sarebbe qualcosa da dire su quel povero cane. I pitbull hanno pessima fama per colpa di padroni idioti e l’idea di un cane addestrato a mordere fa paura, soprattutto se in mano a un cretino
(**) L’ho vista. E’ una signora di circa 50 anni bionda, vestita con jeans e maglione. Di sicuro potrebbe essere chiunque
(***) Un sacco di virgole sono state maltrattate durante la scrittura di questo post e la grammatica è scesa in sciopero durante il thread iniziale
(****) Immagino che roba tipo “Io andato scuola media. Io preso diploma” non faccia grande impressione
(*****) Di sicuro conosce meglio l’italiano
 

On Losing a Dog

Una sera di 2 mesi ho pianto tutte le lacrime che non pensavo di avere e aspettato un mattino che non sapevo se avrebbe portato strazio o speranza.
Che sia un cane o sia un gatto, il post parla di quella perdita straziante che è la perdita del tuo compagno peloso.
Chi ci è passato sa eppure sa anche che tornerà ad avere un altro compagno peloso e tanti angoli nella memoria dedicati a chi c’è stato prima.
Perchè loro sono un dono d’amore incondizionato e di quell’amore abbiamo tutti bisogno.

Marking Our Territory

3.1

In his grief over the loss of a dog, a little boy stands for the first time on tiptoe, peering into the rueful morrow of manhood. After this most inconsolable of sorrows there is nothing life can do to him that he will not be able somehow to bear. – James Thurber

In July of 2004, my brother James held Dutch, his German Shorthaired Pointer, for the first time. On November 20, 2014, James held Dutch for the last time. After ten incredible years Dutch succumbed to the ravaging effects of hemangiosarcoma, a deadly and unfortunately common cancer in dogs.

Ten years, that’s the deal. The lucky get more time, far too many get less. But we all must inevitably face the end. That end – the only end – is heartbreak. When Dutch died I held James and we cried. I wasted no breath on neat and impotent words. James…

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Oziosi pensieri su tradizionalisti che non conosco le tradizioni e macumbe

La scorsa è iniziata con la diffusione di una notizia che stava tra il paradossale, il comico e la summa dell’ignoranza: Calderoli se ne è uscito asserendo che il sig. Kyenge gli aveva fatto una macumba; il sig. Kyenge ha risposto che la somma di sfighe calderoliane erano dovuta all’aver fatto arrabbiare gli antenati.

Ora, tralasciamo che la macumba è una religione e, se tutto va bene, in italiano il tutto si chiamerebbe maleficio.

Tralasciamo che esistono studi antropologici sulle culture africane che dimostrano che citano casi di persone che, dopo aver appreso di essere state fatte oggetto di maleficio, sono effettivamente morte (*), tralasciamo che si suppone che il sig. Calderoli viva in una cultura dove il maleficio non è parte integrante del modo di pensare.

Tralasciamo che se uno dei principali politici italiani si rivolge ad una maga o stiamo aprendo la strada a nuovi modelli di startup (**) che, se tanto mi da tanto, avrebbero un buon successo.

Pensiamo invece agli antenati di Calderoli e alla marea di tradizioni popolari esistenti per combattere i malefici.
Un qualsiasi antenato celtico o brianzolo probabilmente si farebbe fatto benedire o segnare, nel caso avesse una vicina di casa esperta nel settore, e non avrebbe fatto tante storie (***).

La Lega per anni ha parlato di tradizioni popolari e, a quanto pare, non aveva la più pallida idea di cosa fossero. Se prima il mio era un dubbio, adesso è una certezza.

La seconda certezza è che, a prescindere da piccoli gruppi, l’Italia continui ad essere un paese dove di fatto si continua a credere nella magia.

E visto che abbiamo un politico disperato che pensa di essere oggetto di maleficio e vanta supposti antenati celti, suggerirei un rito per allontanare la negatività.

Nulla di speciale un po’ di salvia e la convinzione che la cosa serva.

Ma, se partiamo dal concetto che il soggetto in questione è convinto di essere oggetto di maleficio, non vedo perchè non debba credere in un rituale per allontarlo.

 

 

(*) Non riesco a trovare la fonte. Non ricordo se sia Levy Strauss o Mircea Eliade
(**) M’immagino un disegno di legge che dia fonti a chi voglia dedicarsi alle antiche arti, alchimia inclusa.
(***) Parliamo di antenati nati dopo il 1800. Prima, in casi del genere, di solito finiva con l’intervento dell’inquisitore locale e un bel processino alla strega.

Una storia di gatti a lieto fine

BorisMarch2013 by DominiqueBB
BorisMarch2013, a photo by DominiqueBB on Flickr.

E’ ora di pranzo, venerdì scorso.
Sto andando a mangiare in un posto nuovo, passando per una parte di quartiere che conosco molto poco.
Arrivo all’imbocco di una strada e c’è un gatto.

Un gatto simile a quello della foto, solo molto più sporco. Il gatto, chiamiamolo Thor, si avvicina ed inizia a chiedere coccocole.
Chiede di essere accarezzato, vuole salire in braccio.

Non è un gatto stradaiolo, è un gatto di casa.
E’ però troppo sporco per essere un gatto che abbia ancora una casa.

Mi guardo attorno, cerco qualcuno che mi sappia dire qualcosa di più.
Trovo una signora che, senza scomporsi, mi dice che non è un gatto smarrito, loro sono abituati che lui chieda le coccole ma la sua padrona non lo vuole più in casa.

Provo in contemporanea un’immensa pena per il gatto e un’immensa rabbia verso la sua padrona.
Vado a mangiare sputando pezzi di fegato e chiedendomi come si fa a mettere fuori di casa il tuo gatto. Come si fa a rinunciare a qualcosa di così bello e tenero.

Su di tutto l’impulso a tornare indietro e a portarlo con me. Dargli una casa, coccole ed un fratello peloso.

Rientro, parlo con una persona che so amante dei gatti. Fa una telefonata ad una sua amica, volontaria in un gattile della zona.

Penso che per Thor si sta aprendo un periodo nuovo, forse una casa nuova e tante coccole.

Ieri mi hanno raccontato l’epilogo: le volontarie sono andate a controllare, han trovato Thor e rintracciato la sua padrona.
Thor non era abbandonato ma la sua padrona, una signora piuttosto anziana, non era in grado di prendersene cura a dovere.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene: Thor continuerà a stare a casa sua ma ci sarà una volontaria che darà una mano alla padrona per curarlo.

E il meraviglioso micione che chiedeva le coccole non sarà più sporco o affamato.

E’ una piccola storia a lieto fine ma anche le piccole storie a lieto fine di un gatto soprannominato Thor vanno raccontate.

Monotonia (ricordategli che siamo in Italia)

Ieri il ns Pres. del Coniglio ha esternato le seguenti parole: “Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita”

Ora io non so da quanti anni lui faccia il professore e non so quanti lavori ha cambiato ma, leggendo la frase, mi son chiesto se abbia presente di che nazione sta parlando e di come funziona.

Son circa 15 anni che sento discorsi simili. Ricordo i tempi ruggenti della Zonker’s Zone quando leggevo lunghe tirate su “quanto fosse bello e vivace essere in partita Iva, come si gestissero meglio i tempi di vita”.

Qualche anno dopo essere in PI voleva dire precariato e ben pochi esaltavano la figaggine della cosa.

Qui mi pare siamo dalle stesse parti.  Si esalta un qualcosa che di sicuro ha lati positivi, di sicuro è bello cambiare e fare cose nuove.

Ma nell’attuale situazione italiana il cambiamento non è visto bene, anzi l’eccessivo cambiamento viene visto come “irrequietezza” o altro.

Non siamo in USA dove non c’è nulla di strano a cambiare città, lavoro e settore a 40 anni. Si può, si fa e ci sono le opportunità.

Qua nulla ti vieta di farlo ma le opportunità sono un cicin più basse.

Forse, ma solo forse eh, prima di tirar fuori i battutoni sarebbe il caso di guardare alla situazione reale.

E’ bello pensare al cambiamento ma è altrettanto bello guardare al famoso “Paese Reale”.

Paese dove è già tanto se nella propria vita si cambia quartiere.

Se vogliamo la situazione inglese (*), diamo le condizioni inglesi: salario minimo garantito, sussidi sensati e opportunità reali. E magari diamo anche la possibilità di finanziamenti a chi si troverò in questa situazione di “tempi interessanti e movimentati” (**)

Sennò siam qui a pettinar bambole.

(*) non dico quella USA che è ancora un altro pianeta e non so quanto auspicabile

(**) che mi ricordo essere una maledizione cinese

Caro Jonathan it-ifts-you Ive

Jonathan Ive by zippymczipperson
Jonathan Ive, a photo by zippymczipperson on Flickr.

Caro Jony “if fits you” Ive, vengo a te con questa mia perchè ho un problemino.

Niente di eccezionale, è solo che mi è presa la bizzarra idea di infilare la chiavetta usb e l’attacco dello hd esterno nel macbook.

In contemporanea.

E, se debbo essere onesta, stavolta non fitta proprio.

A dirla tutta funziona così.

1 – Arriva Annarella fresca come rosa e lieve come un’ape con in mano la chiavetta usb

2 – Inizia a tentare di infilare la suddetta nell’apposita fessura, ma c’è un problemi insignificante tipo che le porte son troppo vicine e la chiavetta fitta propi nen

3 – Eject del disco esterno perchè sennò il mac mi tira fuori del manifesti con su scritto “CAPRA! hai staccato il disco senza smontarlo”

4 – Infilo di chiavetta seguito da “attesa-di-montaggio-del-disco”

5 – Reinfilo di disco esterno

6 – Trattenuta di fiato sperano che la chiavetta non abbia deciso di non fittare del tutto e staccarsi (segue solita tiritera sul Capra-ecc-ecc)

Ora, capisco le esisgenze di hw-design-antani, ma lasciare quei 5 mm in più tra una porta e l’altra pareva brutto ?

Voglio dire qui non è “it fits you”, è “fight for fitting” (che non vuol dire niente ma suona bene)

In fede

La tua fan Annarella (*)

(*) Lui è la cosa che guardo in primis nei filmati Apple non tanto per il prodotto ma per maglietta nera trendy, braccio tornito, taglio di capelli elegante , voce calda e bassa e con accento sexy

Il nome del coso ossia amici, compagni, amanti

Dopo aver visto il putiferio scatenato da Vendola e ho ipotizzato alcune ragioni di tutto il blah-blah sorto attorno, tipo:

  1. E’ estate, la gente sta andando in ferie, il troppo sole può provocare questo genere di situazioni
  2. Ci sarebbero temi più scottanti ma questo fa fine e e non impegna
  3. Ci sarebbero temi più scottanti ma questa è la sinistra italiana e blah blah

Qualunque sia la motivazione, mi viene in mente Cuore quando, durante la discussione come cambiare nome al PC, suggerì di chiamarlo Mario.

Mi pare che il livello di importanza sia decisamente simile, sempre considerato che è estate

Poi, perchè se ne sia uscito mentre tirano su alle stelle i prezzi della diagnostica anche per gli esenti, ciò mi sfugge.
Ma questo credo sia uno dei problemi standard della politica italiana, nuova o meno.

Indispensabili applicazioni per letturai

Per qualche ragione che non ho capito bene, se sto leggendo su letturaio un libro coinvolgente tendo ad andare avanti ad libitum.

La mia teoria dice che tendi a non renderti conto del tempo che passa essendo il movimento per scorrere le pagine minimale, molto minore rispetto a quello del girare pagina con un libro cartaceo.

Così succede che qualcuno faccia le 2.30 perchè non si è resa conto del tempo che passava (*)

A questo punto sto cominciando a sognare un’app che faccia da alarm. Qualcosa che, giunta una determinata ora, tiri fuori un pop.up customizzabile, il mio sarebbe “Pirla, domattina sarai in coma”, chiuda il libro e spenga il Kindle.

Chissà se qualcuno ci ha già pensato, di sicuro per me sarebbe comoda.

Comunque, alla faccia del famigerato “odore della carta” che, per quel che ne so, non riesco mai a percepire a meno di libri molto vecchi, credo che col letturaio il numero di libri che si leggono aumenti esponenzialmente.
Sarà la possibilità di averne molti assieme, sarà la comodità del portartelo dietro, sarà che hai accesso quasi istantaneo a tutta una serie di risorse che possono andare dal classico più classico all’ultimo romanzo spegni-cervello, si finisce per leggere di più e meglio.
Per fare un esempio pratico: sto leggendo “Storia notturna” di Ginzburg su cartaceo (**). Ora il libro è interessante, avvincente e tutto quello che si vuole ma, se leggo la sera, faccio una fatica bestiale visto che lo hanno stampanto con caratteri microscopici.

Ce l’avessi sul letturaio setto la dimensione dei caratteri a seconda del bisogno e l’avrei già finito. In più ce l’avrei sempre dietro senza il bisogno infilarlo fisicamente nella borsa.
Eppure i libri “seri”, i saggi importanti che non siano di estrema attualità non si trovano in formato elettronico. Se ti va bene trovi una copia umma-umma scannerizzata, cosa che su molti letturai lo rende quasi illeggibile.
E ciò sul mercato americano, quello italiano è messo peggio perchè, nel caso improbo si trovasse qualcosa, devi fare esercizi acrobatici per riuscire a trasportarlo sul Kindle a meno che abbia il social drm.

Da ciò ne deriva che è più facile trovarsi a leggere su letturaio “La vita sentimentale di Vampiri americani” di “Totalità ed Infinito” di Levinas.

Saran scelte di mercato, sarà che il lettore di libri seri preferisce L’Odore della Carta ma rimane il fatto che non sono disponibili e, nel caso che lo siano, sono in inglese e a costi non proprio popolari (se ricordo bene 29$ su Amazon a fronte di un costo medio di 9$ per i vampireschi)

(*) Il record l’ho raggiunto facendo le 3, colpa dei Dresden Files
(**) Causa disponibilità sul mercato i libri “seri” che mi interessano li trovo principalmente in cartaceo.