Ci sono donne senza parole, donne che non hanno parole per narrare la loro storia, per dire cosa sono state e cos’hanno vissuto.
Donne su cui la violenza è passata, pesante e terribile ed ha lasciato moncherini di vita, qualcosa da cui ripartire e poco d’altro.
Le storie sono vere, i nomi son cambiati ma chiamiamole Giovanna, Maria e Pina. Le storie arrivano dalle diverse esperienze nel sociale e nel volontariato
Bambine, donne, adolescenti unite da essere state brutalizzate in tutti i modi possibili.
Giovanna ha dieci anni, grandissimi occhi azzurri, un fisico da bambina di sei anni. Giovanna vive in una soffitta, sopra le case della gente normale, in un condominio vicino a Torino.
Ha problemi a scuola, non sa fare un disegno, no sa giocare, non ha amiche, non ha relazioni.
Un padre tossico, una madre che probabilmente fa la prostituta. In cura dallo psicologo, in quella fase delicata che è il passaggio verso l’affidamento.
Giovanna è stata fatta prostituire. Ha i segni orrendi della violenza, dell’aver visto a 10 anni cosa non dovresti sapere neppure ad 80.
Girare con lei è strano, è affrontare ogni giorno la sua violenza, i suoi segni.
E’ quando ti indica qualcuno e ti dice “Sai mi hanno fatta andare con quel signore”, è quando sessualizza ogni cosa, è l’incapacità di essere ancora bambina.
Giovanna è spezzata, un albero con dei moncherini che si tendono e non ha parole. Non ha le parole per dire il suo dolore.
Ha solo paure: paura di non tornare in famiglia, paura di essere da sola.
PAURE.
Ha poco d’altro e solo un lungo, lunghissimo lavoro le restituirà la possibilità di vivere serena.
Ma non le restituirà mai l’infanzia.
E’ una violenza terribile la sua. Una violenza che nasce dal degrado, dall’ignoranza, dalla prevaricazione.
La violenza di chi l’ha venduta, di chi l’ha comprata, di chi era attorno e ha fatto finta di non vedere nulla o girarsi dall’altra parte.
Katia ha 35 anni quando suo marito, alcoolizatto, cade in un burrone e rimane paralizzato. Sono assieme da 10 anni, botte, violenze, urla. Due bambini, un lavoro e quel marito a casa.
Un marito che la picchiava sin da quando erano fidanzati, se ne andava, tornava con la promessa di cambiare.
E non cambiava mai, mai.
Botte, alcool, lavori sempre diversi.
Katia, quel giorno dell’incidente riprende a vivere. Riprende a camminare, a fiorire.
Non se ne sarebbe mai potuta andare perchè la tradizione antica ti lega, ti lega anche se c’è la violenza, ti lega anche se vuol dire andare a vivere quasi agli alpeggi.
La famiglia patriarcale non ha pietà, nessuna pietà per le sue donne, a parte la matriarca. Sono piccoli pezzi, tasselli incollati senza altro posto dove andare.
TRADIZIONE, FAMIGLIA.
Perchè l’uscità, la fuga dall’orrore portano alla malmarià (malmaritata), la donna che ha fallito il suo primario compito di moglie.
Una violenza antica come le montagne, una violenza che porta il nome di tradizione.
Martina ha 13 anni. Segue i corsi del doposcuola dove l’aiutano a fare i compiti.
E’ piccolina, minuta, spesso triste.
Un giorno arriva, entrambe le braccia ingessate. Non vuole parlarne, non vuole accennare a cosa sia successo.
Una persona riesce a farla parlare: suo padre l’ha gettata dalle scale.
Un padre padrone violento, aggressivo, sopra le righe. Un padre che può disporre della vita della figlia perchè è una cosa di sua proprietà.
Per Martina non si può fare nulla, lei non può denunciare, la scuola non è presente in quel momento ed ha accettato la “caduta accidentale”.
Peggio è però chi decide di non sporgere denuncia perchè “non si rovina così una famiglia”.
Giusto, roviniamo così una persona.
TRADIZIONE, FAMIGLIA, BENPENSANTI.
Martina sparisce, di lei non sappiamo più nulla. Tranne il ricordo di quelle braccia ingessate e quello sguardo triste.
Alessia è una donna colta, vivace, reattiva. Sta separandosi e, una sera, suo marito le arriva a casa.
Nasce una lite e lui la sbatte a terra, facendole battere la testa contro il tavolo.
Va al pronto soccorso, tredici punti tredici per il taglio.
Decide di denunciare, va a sporgere denuncia.
La risposta di chi riceve è agghiacciante: “Non vorrà rovinare una persona per una sciocchezza simile?”
Sciocchezza, tredici punti, violenza insensata, aggressione.
Viene bloccata, fermata nel chiedere giustizia. Non c’è giustizia se ti hanno aggredita e quasi ammazzata.
BRAVE PERSONE, STUPIDITA’
Alessia si riprende, va avanti. Si sposa di nuovo ed ha un matrimonio felice.
La sua è l’unica storia a lieto fine. una storia di rinascita e di come si sconfigga la violenza.
Di me, dello stupro, del doloroso processo per uscire e lasciarsi dietro i segni della violenza non parlo. Quei segni e la memoria rimangono.
Ma c’è un momento in cui non ti senti più sporca, violata, in colpa. C’è un momento in cui tronchi il legame malato con l’evento e vai avanti.
Perchè troncarlo, tagliare quel legame è l’unico modo per rinascere e tornare a vivere, per smettere di essere vittima.
Rinascere, vivere, tornare a sorridere. Anche se quelle cicatrici rimangono, non fanno più male e non ti impediscono di vivere.
Io ho conquistato le parole per dirlo ma, in molti casi, chi ha subito violenza è incapace di dirlo, è vittima senza parole.
Dopodomani parto, vado ad Istanbul per alcuni giorni. Dopo enne viaggi lavorativi è finalmente arriva l’ora di uno totalmente ed esclusivamente godereccio. (*)
La cosa più buffa è la reazione di alcune persone di fronte alla scelta della località: paura, dubbi, incertezze, leggende metropolitane (*), migliaia di raccomandazioni.
Istanbul non è ancora il totalmente altro, non parliamo di un villaggio persone nel centro del Kazakhistan, è una città che sta a metà tra Oriente ed Occidente, centrale alla storia di questo continente prima e dopo che la conquista di Maometto II.
Eppure questo minimo scarto rispetto alla norma europea ne fa già “altro” per molti, la pone già oltre quel confine dove il certo ed il conosciuto, posto dalla cultura diversa e, come tale, aliena e piena di pericoli.
E’ bizzarro come di fronte ad asserzioni tipo “Ho girato per gli USA in autobus”, nessuno faccia un plissè. Gli USA, persino nella parte più inquietante e povera, sono finisti come cultura di casa. Che il redneck possa considerarti come alieno e nemico, è percepito molto meno pericoloso rispetto alle moschee o ai dervisci di Istanbul.
Perchè il grande nemico, la grande differenza, il grande rischio pare essere proprio quello: l’Islam.
Anni di lavaggio del cervello, di notizie distorte o di non notizie lasciano il segno. Non importa che si parli di una città tranquilla, che non si parli di sicuro di andare a ficcarsi nell’estrema periferia urbana ma di vedere Aghia Sofia o il Topkapi, “HIC SUNT LEONES” è quanto appare scritto sui display mentali.
La diffidenza è talmente radicata che neppure testimonianze di altre persone che l’han visitata bastano a sciogliere i dubbi, a placare l’ansia. Negare l’ansia vuol dire negare che là vi siano i mostri, là vi sia il pericolo.
Paradossalmente si finisce per arrivare a situazioni in cui Atlanta si, e parliamo della città più violenta degli USA, Istanbul no.
E’ come se già esistente divisione turisti e viaggiatori divenisse ancora più profonda, ancora più marcata. Non solo più nel modo di affrontare il viaggio ma anche nel modo di affrontare la cultura “altra” (*)
In “The Black Swan”, parlando di Beirut, Tassim Taleb dice che ci fu un momento in cui si smise di pensare al Libano come parte dell’Europa e si iniziò a pensarlo come parte di un altrove che era l’Asia.
La stessa cosa è successa per Istanbul: in un qualche modo si è smessa di considerarla come Europa, come posto centrale alla storia europea e si è iniziato a considerarlo “altrove”.
Una distinzione bizzarra, figlia del terrore spicciolo di questi anni. Una distinzione marchiata a sangue nella mente delle persone ormai chiuse nel bozzo del certo e dell’Occidente.
Un Occidente che non fa paura, che è il conosciuto. A prescindere che poi sappiamo ancora cosa sia o meno
(*) Sempre che altro si possa definire un posto profondamente imbevuto di cutlura europea.
(*) Bizzarramente non è uscita quella delle ragazze rapite e rivendute ad Istanbul.
Quando sentiamo di “persecuzioni religiose” siamo abituati a pensare a qualcosa decisamente lontano dal nostro tempo e dalla nostra cultura. In parole povere a qualcosa di totalmente altro e distante dal nostro modo di vivere e pensare.
Siamo abituati a pensare che siamo quanto di più scevro ed alieno dalla persecuzione e dalla discriminazione per motivi religiosi.
Una società ed una cultura aperte, tolleranti, pronte ad accogliere chi segue la religione di maggioranza o qualsiasi delle big five sul piano religioso (*) e finisce invece nelle altre religioni ritenute minore.
Aperte e tolleranti un gran ceppa di articolo_sessuale per dirla in buon francese.
I casi che cito sono americano ed inglese.
Un diciassettenne americano sospeso da scuola, con tanto di registrazione ufficiale dell’accusa. L’accusa era : “It was believed that he planned on summoning demons to attack select students at the high school“.
Colpa non ufficiale: appartenere ad una famiglia di wiccan. Il meglio del meglio della caccia alle streghe aggiornato al XXI secolo con la visita psicologica al posto dell’interrrogatorio dell’inquisizione (**)
Ora, in condizioni normali, se qualcuno venisse a casa mia e mi dice che Tizio sta preparandosi ad evocare il mitico demone sumero UrghuUrghy credo che la mia espressione sarebbe tra il “Questo fuma roba buona” e “Farebbe meglio a cambiare pusher”. Ci sono invece parti dell’Occidente dove non solo la cosa va fino in fondo ma anche agli atti.
Un altro caso in cui l’appartenenza ad una religione non mainstream ha provocato pasticci è avvenuto in Uk all’inizio dell’anno: un insegnante è stato sospeso dall’insegnamento perchè appartenente alla Pagan Federation. Anche questo caso c’entrava un preside, stavolta non c’erano i demoni sumeri ma il tipo era preoccupato che la scuola venisse identificata come legata al neopaganesimo.
Tutto questo succede in due stati che nessuno penserebbe mai di classificare come “non laici”, dove vi sono cappellani militari wiccan (USA) ed il neopaganesimo è ritenuto la religione con il maggior tasso di crescita (UK).
Non parliamo dell’Italia dove ci si scanna per la questione “crocefissi nelle aule”, parliamo di posti dove la questione neppure si pone.
Non ci sono Borghezi-Binetti-Santanchè di mezzo, ci sono persone normali che, senza pensarci troppo, decidono che la religione sancisce il diritto o meno all’istruzione o ad un lavoro. E non stiamo parlando di scuole religiose, parliamo di scuole pubbliche.
Non abbiamo notizia dell’orientamento religioso di nessuna delle persone coinvolte. Possiamo supporla ma, più che la credenza, direi che al centro dei fatti c’è il rapporto tra una persona, il suo potere ed il suo identificare la religione dell’altro come un qualcosa di negativo, di potenzialmente pericoloso.
Al centro di fatti simili c’è sempre e comunque la stupidità umana al massimo del suo splendore.
Esattamente come potrebbe essere in Italia, esattamente come in Africa per i bambini strega.
il problema è il rapporto tra il potere e la voglia piegare il potere ai propri stupidi scazzi.
E’ di moda (***) il pensare che la religione sia la causa scatentante di massacri, morte e tutto l’elenco da 4 Cavalieri dell’Apocalisse in technicolor. E’ una teoria comoda che porta la ragione al di fuori di beghe puramente e profondamente umane, identificando buoni e cattivi.
Consolatoria nel suo essere netta e semplice.
Una teoria che dimentica che dietro c’è spesso altro e la religione non è null’altro che il manto usato come copertura di altri orrori, ben più banali e piccoli.
Se prendiamo un processo alle streghe, nella maggior parte di casi abbiamo che la denuncia parte dal vicino di casa che ha perso la mucca o gli si è ammalato il figlio. Oppure c’è la carestia o è un periodo di cambiamenti.
C’è bisogno di un colpevole et voilà “Si prega il Signor Inquisitore”. La strega, fatto salvo che abbia un avvocato, è condannata.
Come nei due casi citati.
Questo ci porta oltre il crocefisso, ci porta oltre le discussioni su cosa vi possa essere o meno appeso ad un muro. Ci porta al centro della paura e dell’uso del potere da parte degli uomini.
Potranno esserci sentenza su sentenze ma avrai sempre da temere il tuo vicino, il tuo simile. Avrai sempre da affrontare il fatto di essere diverso e cosa voglia dire quella diversità.
Se a questo aggiungiamo il gioco politico dell’identificazione di religione con identità nazionale, abbiamo che quel crocefisso sul muro, di per se stesso innocuo, rischia di diventare il simbolo di nuovi inquisitori pronti a celebrare i loro processi dalla condanna certa.
E per quanto si possa pensare che “C’è un giudice a Berlino”, i primi da temere saranno gli inquisitori di ogni denominazione e tinta.
(*) Cristianesimo, Islam, Buddismo, Ebraismo, Induismo
(**) Una visitina la farei fare al preside della scuola
(***) Dawkins ed Oddifreddi per citare due nomi
In questo periodo sto passando un po’ di tempo nel Berkshire, in un posto chiamato Newbury.
Newbury, come si può notare dalla cartina è non ha di sicuro le dimensioni di una metropol, 20 minuti andando piano da un capo all’altro ma, decisamente, ha tutto quanto ti hanno passato nei libri su cui si studia inglese.
Ha una chiesa normanna con cimitero allegato, ha un post office, ha una piazza del mercato, ha dei pub ed un po’ di ristoranti che, nel caso, a me ricordano sempre i personaggi del libro d’inglese (Starting Out, y’know).
Possiede anche uno dei negozi più bizzarri mai visti in vita mia. Bizzarro in primis perchè chiude tardissimo rispetto agli altri, ora normale 17, in secondo luogo perchè sembra essere il punto di raccolta dei rimasugli di qualsiasi saldo, sventi, vendita promozionale che mai vi sia stata sul suolo inglese. Quando ci sono entrata per questioni di autentica necessità (**)
Vicino a questo distillato d’inglesità, così inglese che non ti sembra neppure vera, ci sta la grande sede centrale
La Grande Sede Centrale è bella, bellissima. Talmente bella che sembra quasi un peccato che la gente debba lavorarci al posto di contemplare la Splendida Sede Centrale.
E se Newbury è l’essenza dell’inglesità come se la sogna chi arriva da fuori, la Grande Sede Centale è la summa dell’inglesità come se la sogna chi pensa alla società multietnica.
Un ingresso in mensa, oops scusate restaurant, provocherebbe un attacco di bile ad un qualsiasi leghista tanto sono numerose le etnie e le relgioni rappresentate (*)
In questa summa e tripudio d’inglesità, ci sta l’albergo dove dormo ovvero “Una puntata di Miss Marple trasferita nella realtà”. Di base è una vecchia locanda del 700 ristrutturata una decina d’anni e da allora lsciata cadere in decadenza. E’ tipica, trasuda Old England da ogni cm ma un po’ di restauri aiuterebbero.
Questo hotel Miss Marple è l’unico presente nel centro della città. Ne esistono altri, un paio sono bellissimi ma sono messi in capo al mondo e ti ritrovi segretato se non hai una macchina o vogia di fare ore a piedi.
Non lo coniglio in particolare anche se le colazioni sono grandiose ed ottime.
Stasera è l’ultima sera e so che questo set da film un po’ mi mancherà. Domani si va a Plymouth e poi si parte verso lidi più normali e comuni.
(*) Non è che la gente lo dichiari ma tra turbanti e veli, non ci sono pippe mentali da crocefisso-in-aula
(**) Oltre certi livelli la coglionaggine è un arte: due ombrelli due in Germania e ho pensato bene di portarne dietro 0. Naturalmente sta facendo i giorni più piovosi dell’anno.
Aver passato un mese a studiare qualcosa per 12 ore al mese giorno, aver ottenuto il risultato e chiederti a che minchia sia servito.
A sentirsi coglioni di sicuro
Sono solita leggere un po’ prima di dormire; a volte il po’ diventa “un po’ tanto” per cui finisco per fare l’una, spesso sono un po’ di pagine e poi tanta bella nanna
In Irlanda ho trovato “Walking Dead” di C E Murphy. Fa parte di una serie di libri di urban fantasy con protagonista un’agente di polizia dotata di poteri sciamanici.
La protagonista è nevrotica e scombinata a la Anita Blake ante fase porno e le tengono compagnia una serie di personaggi tra il bizzarro ed il paradossale con cross-dresser incluso.
E’ ben scritto, divertente, orrorifico al punto giusto e t’inchioda alla pagina. (*): in parole povere una lettura gradevole ed appassionante.
“Walking Dead” è il quarto libro della serie e vi compaiono fantasmi, zombie ed accidenti vari.
Ora vi sono due punti: è ambientato ai primi di novembre e la trama, pur essendo. avvincente, non è proprio da “nanna subito”.
Però può succedere che lo si legga di notte e dopo ci si avvii verso il proprio letto. Allo stesso modo ti può capitare che quanto hai letto siano pagine abbastanza impressionanti.
E tu hai un corridoio scuro vicino alla camera da letto.
Ed il tuo vicino di casa, mai sentito prima di ieri notte, decida di fare una sorta di balletto con-spostamento-di-cose all’1 di notte.
E può anche succedere che uno dei libri cada dalla libreria e una serie di suoni inusitati si faccia sentire.
E tutto questo fa si che il libro mi sia piaciuto tantissimo, che lo abbia divorato.
Però stasera, casualmente, ho un sonno porco dovuto a suoni-stradi-in-una-casa-tedesca-la-notte
Potenza dell’urban fantasy
(*)E’ edito da una sorta di sottomarca della Harlequin ma non c’azzecca un beato con qualsiasi romanzo rosa.
La prima impressione avuta facendo un veloce giro sui giornali italiani è che prima di togliere il crocefisso dai muri, occorrebbe mettere un po’ di buon senso nella zucca di giornalisti e politici.
La serie di minchiate para-storico-religiose lette in questi giorni credo abbia pochi precedenti. Nel giro di un paio di giorni si sono stuprate teologia, concetto di religione ed antropologia.
Il premio “idiozia dell’anno” va alla seguente frase di un leghista veneto: “Se questa e’ una Corte per i diritti dell’Uomo, mi chiedo chi garantisca il diritto a veder tutelata la mia fede, e, da laico, quelle radici cristiane che fanno dell’Europa un Continente tollerante e capace di integrare qualunque etnia o cultura senza alcuna discriminazione.“
Ora, come scrive splendidamente Wolfstep, si presuppone che un cristiano la croce c’è l’abbia dentro. La fede, la religione nascono dentro alla persona e possono essere rappresentate da simboli ma, di per se stessi, quei simboli non sono la fede.
Una fede che, per alcuni, riesce a resistere addirittura quando c’è mancanza di libertà di religione. Altri, realmente perseguitati e realmente a rischio, che pongono ancora più in evidenza il livello di vuoto e maranzaggine di una frase simile, che ignora del tutto qualsiasi concetto di religione come “momento interiore”. La religione diviene solo ed esclusivamente evento sociale, l’interoriorità e la spiritualità sono parte di un altrove ed di qualcosa d’altro.
Sul fatto che molti cattolici siano ignoranti come tramegge sull’oggetto del loro credere è cosa che scrivo da tempo sul fatto che il cattolicesimo sia sempre più visto come usanza anche.
Ad immortale memoria si vorrebbe citare Giuliano Ferrara, grande campione degli atei bigotti, che fece tutta una puntata su “la speranza cristiana”, peccato ignorasse del tutto che è un concetto metafisico.
In questa situazione di militanza più che di fede religiosa, viene a mancare totalmente l’oggetto del credere, avulso da qualsiasi riferimento metafisico. Rimane il rito e rimangono i simboli ma poco d’altro.
Talmente poco che il simbolo diviene nucleo. La croce non più “rappresentazione del Dio che rinuncia al potere” ma “simbolo della tradizione”.
Dal Servo Sofferente di Isaia ai balli sull’aja, passando per il lardo di Colonnata e la barbera.
Per completare l’allegra fiera delle paracazzate, abbiamo la simpatica frase di Bertone:“Purtroppo questa Europa del Terzo Millennio ci lascia solo le zucche e ci toglie i simboli più cari“
Ora, a parte il echissenefotte di Halloween di prammatica, ci sarebbe da dire che nessuno ha tolto nulla a nessuno. Se mi guardo attorno, anche in questo scristianizzatissimo paese, continuo a vedere chiese, croci, simboli cristiani in giro.
Nessuno mi pare abbia rimosso nulla. Si è solo ed unicamente emessa una sentenza che rimuove i crocifissi dalle scuole.
Non si è vietata l’esposizione ovunque.
Ma tutto questo sembra sempre più far parte del grosso bisogno di buon senso e senso della misura.
Per quello mi sa che c’andrebbe un miracolo e, ahimè, in giro se ne vedono pochi.
Dopo aver dormito in alberghi di ogni genere, dopo aver preso 4 aerei, enne treni, corriere e taxi, dopo aver visto Halloween a Dublino e una sera nebbiosa di novembre nel Berkshire, dopo avere visto l’alba su Londra e il mattino sulla Germania, stanotte dormo di nuovo in qualcosa che posso definire “MIO LETTO”
E la cosa mi piace veramente tanto.
Quando mi sarò ripresa, scriverò dell’hotel che sembrava uscito da un libro di Agatha Christie
A Dublino c’ero stata tanti anni fa, ai primordi del boom anni ‘90.
Era la città più giovane della Comunità Europea.
Ancora ampiamente georgiana, ancora con i negozi belli ed affascinanti, Temple era una serie di negozi di dischi e club alternativi.
Era il tempo in cui sulle strade irlandesi si trovavano le pecore (*)
Tornare dopo un periodo lunghissimo in una città d cui hai una memoria sognante è un rischio. Non sai cosa troverai, non sai cosa sarà cambiato e non sai cosa sia rimasto.
La prima impressione è stata di un posto sostanzialmente rimasto immutato. Ancora con le case basse, le insegne con la Guinness e le porte colorate.
I segni del cambiamento ci sono: pensiamo solo alla wifi sul autobus dall’aereoporto. In generale la città sembra essere sfuggita al massacro, con pochi angoli conciati da schifo.
A parte quella specie di ago in O’Connor Street, a parte alcuni negozi nuovi delle sempiterne catene (**) molte cose sembrano essere rimaste immutate.
E se questo mi rassicura, cosa spaventa è il numero di mendicanti in giro, praticamente uno davanti ad ogni negozio.
Cosa mi spaventa sono le maree di saldi. Saldi, sconti, ribassi, offerte ovunque a simboleggiare che questa crisi c’è ancora, che sarà risolta finanziariamente ma non di sicuro a livello di consumi o di posti di lavoro.
La città che conibbi, rimasta cristallizzata per anni nella memoria, è riuscita a sopravvivere.
Possa uscire in fretta da questo disastro e possano i suoi mendicanti trovare di meglio.
E adesso vado a dormire che 8 ore di giri a piedi stancano
(*) Può essere succeda ancora adesso.
(**) Ecchedueppalle i soliti negozi da high street inglese
Se questo fosse un blog serio, questo post sarebbe dedicato ai 20 della caduta del Muro di Berlino, qui uno degli argomenti del giorno assieme al nuovo governo.
E invece parla proprio della caduta del Muro.
Un Muro che è caduto politcamente, fisicamente ma, per molti aspetti, continua ad esistere, continua a sancire che vi sono due Germanie, una ricca ed una povera o, perlomeno, una Germania che è altra rsipetto a quella che vedo ogni giorno.
Per quanto gli stessi prodotti, le stesse cose siano in esposizione ed in vendita, cosa cambia sono le condizioni e l’ambiente in cui vengono esposti ed offerti.
Da una parte la Germania che si è ricostruita dopo la guerra ed aveva uno dei più invidiabili sistemi di welfare del mondo.
Un welfare quasi privato, un welfare dove l’azienda mamma ti metteva a disposizione tutto dal cibo al dottore.
Dall’altra parte una Germania molto più povera, dove era garantito un livello di sopravvivenza ma nulla di più. Spartana, asfissiante e grigia. (*)
Nel 1989 il Muro cade. Di lì a poco le due nazioni ritornano ad essere una.
La ricchezza, l’abbondanza della parte occidentale arrivano ad est. Arrivano i grandi supermercati, arriva l’abbondanza.
Eppure rimane ed è un’abbondanza diversa, ridotta. il supermercato di Dresda non ha la stessa opulenza di quello di Dusseldorf.
La prima impressione mia di Dresda fu di una città bellissima ma povera, molto più povera rispetto a quanto avevo visto qui.
Più polverosa, più dimessa.
Con gli orridi palazzoni socialisti dietro alllo Zwingler.
Una splendida principessa con un salotto di rappresentanza, il meraviglioso centro storico, e il resto più simile alla perfieria di una città media e non troppo opulenta.
Meno prodotti in esposizione, meno ricchezza in giro, meno auto nuove.
La parte dove la Linke o lo NPD crescono e raggiungono risultati storici. La parte che rimpiange la DDR per quel minimo di senso di sicurezza che dava.
Dall’altra parte una Germania che è cambiata di nuovo e cambia ancora. Una Germania che aumenta il costo dell’assistenza sanitaria per tagliare le tasse.
Una Germania con le 35 ore, un mercato del lavoro ricco anche durante la crisi ma con le notizie quotidiane di chiusure. Come oggi il tristissimo servizio di ZDF sulla chiusura di Quelle. (**)
Il paese del troppo contrapposto al paese del malapena. Il centro di Dresda con gli edifici splendenti ed i negozi di lusso ed il semicentro con i supermercati dove c’è il meno, il molto meno rispetto a qualsiasi negozio di Dusseldorf.
Il Muro è caduto ed è giusto che così sia stato. L’altro muro, quello economico, continua ad essere robusto.
Non è solo questione di Trabant vs Mercedes nè di occidente vs oriente.
E’ il paese del troppo vs il paese del meno.
E’ quel muro non ancora caduto, saldo e ben robusto. Un muro che non sappiamo quando cadrà.
(*) non che Stoccarda, dov’ero io, fosse la città più colorata e viva della Terra.
(**) Quelle era una sorta di Postalmarket con catena di negozi allegata.


